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Art. 7. Tutela del diritto al nome.

La persona, alla quale si contesti il diritto all'uso del proprio nome o che possa risentire pregiudizio dall'uso che altri indebitamente ne faccia, può chiedere giudizialmente la cessazione del fatto lesivo, salvo il risarcimento dei danni.

L'autorità giudiziaria può ordinare che la sentenza sia pubblicata in uno o più giornali.

 

 

Giurisprudenza:

Trattamento di dati sensibili da parte della pubblica amministrazione. La pubblica amministrazione commette illecito se effettua il trattamento di un dato sensibile che risulti eccedente le finalità pubbliche da soddisfare. Infatti, non è sempre necessario riportare i dati in questione nelle valutazioni, negli atti amministrativi, o comunque in determinazioni del datore di lavoro da rendere pubbliche o da diffondere tra più soggetti, quando, per l'appunto, la menzione specifica di siffatti dati non è necessaria per il fine dell'atto che si sta compiendo. Cass. 13-02-2012, n. 2034

 

La tutela civilistica del nome e dell'immagine, ai sensi degli artt. 6, 7 e 10 cod. civ., è invocabile non solo dalle persone fisiche ma anche da quelle giuridiche e dai soggetti diversi dalle persone fisiche e, nel caso di indebita utilizzazione della denominazione e dell'immagine di un bene, la suddetta tutela spetta sia all'utilizzatore del bene in forza di un contratto di "leasing", sia al titolare del diritto di sfruttamento economico dello stesso. (Principio affermato dalla S.C. in una fattispecie in cui una società, senza ottenere il consenso dell'avente diritto e senza pagare il corrispettivo dovuto, aveva indebitamente riprodotto nel proprio calendario l'immagine e la denominazione di un'imbarcazione altrui, usata a fini agonistici o come elemento di richiamo nell'ambito di campagne pubblicitarie o di sponsorizzazione, inserendo nella vela il proprio marchio). Cass. 18218 del 11-08- 2009

 

In tema di contratti c.d. di sponsorizzazione - nei quali beni particolarmente noti ed ammirati, inseriti in circuiti di manifestazioni, corse o regate seguite da un vasto pubblico ed utilizzati come veicolo di diffusione di messaggi pubblicitari, essendo corredati dal marchio o dalla denominazione dell'impresa che si vuole pubblicizzare - la tutela dei diritti all'immagine e alla denominazione del bene risulterebbe pregiudicata qualora si consentisse a chiunque di appropriarsene a scopi pubblicitari, senza ottenere il consenso dei titolari e senza pagare le dovute "royalties". Il danno, patrimoniale e non, causato da tale comportamento illecito è risarcibile, ai sensi degli artt. 2043 e 2059 cod. civ., sotto il profilo sia del c.d. annacquamento della denominazione e dello svilimento dell'immagine del bene, sia del pregiudizio economico per il mancato esborso del prezzo, che comunemente è dovuto per simili campagne pubblicitarie, mentre non è applicabile la tutela di cui all'art. 2598 ss. cod. civ., in tema di concorrenza sleale, per la mancanza di un rapporto di concorrenzialità tra le imprese. Cass. 18218 del 11-08- 2009

 

In tema di tutela del diritto al nome, l’accoglimento della domanda di cessazione del fatto lesivo, contemplata dall’art. 7 cod. civ., è subordinata alla duplice condizione che l’utilizzazione del nome altrui sia indebita e che da tale comportamento possa derivare un pregiudizio alla persona alla quale il nome è stato per legge attribuito. Sotto quest’ultimo profilo, quantunque a giustificare l’accoglimento della misura sia sufficiente la possibilità di un pregiudizio, non essendo necessario che esso si sia già verificato, tuttavia la ricorrenza di detta possibilità deve essere accertata in concreto. — Cass. 11129 del 16-7-2003

 

L’inserimento del nome di un terzo in una denominazione sociale può essere riconosciuto legittimo solo con il consenso dell’interessato e, in ogni caso, con salvezza di quanto stabilito dall’art. 7 cod. civ.. — Cass. 11129 del 16-7-2003

 

In tema di marchi, per verificare se l’uso di un nome geografico possa ritenersi o meno indebito deve farsi riferimento non alla tutela riservata dalla legge ai diritti della personalità (art. 7 c.c.), bensì alla disciplina specifica che la legge riserva a tali «segni distintivi» nell’ambito del diritto commerciale, ossia quella dell’art. 21 della legge n. 929 del 1942 (la S.C. ha così confermato la sentenza che, nella controversia instaurata dal Comune di Capri contro una casa produttrice di sigarette, aveva escluso che l’utilizzo del marchio «Capri» potesse ledere la fama, il credito o il decoro della municipalità dell’isola). — Cass. 16022 del 20-12-2000

 

Al fine di verificare se l’uso di un nome altrui, in occasione dell’adozione di una ditta commerciale o di un marchio, possa ritenersi o meno, indebito, deve farsi riferimento alla disciplina specifica che la legge riserva a tali «segni distintivi» nell’ambito del diritto commerciale, non già alla tutela riservata della legge ai diritti della personalità (art. 7 cod. civ.), con la conseguenza che un provvedimento giudiziario che inibisca ad altri l’uso del proprio nome può essere chiesto solo quando questa utilizzazione si traduca in un uso arbitrario di segni distintivi dell’attività imprenditoriale. — Cass. 6-4-95, n. 4036

 

L’utilizzazione della denominazione sociale altrui come marchio, disciplinata e sanzionata dalla normativa di diritto industriale in materia di segni distintivi, si sottrae all’applicazione tanto dell’art. 7 sulla tutela del nome, stante la prevalenza su tale disposizione generale di detta specifica normativa, quanto dell’art. 10 c.c. e degli artt. 96 ss. della l. 22 aprile 1941, n. 633 sulla tutela dell’immagine, i quali riguardano solamente l’immagine (visiva) della persona fisica. Cass. 95/4036

 

L’utilizzazione della denominazione sociale altrui, disciplinata dagli artt. 2564 e seg. cod. civ., si sottrae all’applicazione dell’art. 7 dello stesso codice, attesa la prevalenza su tale ultima disposizione, di carattere generale, della normativa specifica suddetta. — Cass. 7-12-94, n. 10521

 

In caso di violazione da parte della moglie divorziata del divieto di uso del cognome del marito (art. 5, comma secondo, legge 1 dicembre 1970, n. 898, nel testo sostituito dall’art. 9 legge 6 marzo 1987, n. 74) da quest’ultimo si può, ai sensi dell’art. 7 cod. civ., chiedere la cessazione del fatto lesivo ed altresì agire per il risarcimento del danno. Tuttavia, mentre per l’inibitoria è sufficiente che l’attore dimostri, oltre all’uso illegittimo del proprio nome, la possibilità che da ciò gli derivi pregiudizio — il quale può essere, quindi, meramente potenziale ovvero di ordine soltanto morale — ai fini dell’azione risarcitoria, devono sussistere i requisiti soggettivi ed oggettivi dell’illecito aquiliano, ex artt. 2043 ss. cod. civ., sicché non solo è necessaria l’esistenza di un pregiudizio effettivo, ma questo, se non ha carattere patrimoniale, è risarcibile, ai sensi dell’art. 2059 cod. civ., soltanto ove nella condotta dell’indebito utilizzatore sia configurabile un illecito penalmente sanzionato. — Cass. 5-10-94, n. 8081

 

La tutela del diritto al nome, nel caso che altri contesti alla persona il diritto all’uso del proprio nome o ne faccia indebitamente uso con possibilità di arrecargli pregiudizio, ai sensi dell’art. 7 cod. civ., è duplice e si risolve nella facoltà di chiedere la cessazione del fatto lesivo ed il risarcimento del danno. Ai fini della tutela risarcitoria — non sostituibile col rimedio della pubblicazione della sentenza, che attiene, invece, alla restitutio in integrum, sotto il profilo del completamento delle disposizioni concernenti la detta cessazione — non è, tuttavia, sufficiente l’illegittimità della condotta dell’agente, essendo necessario, perché sussista il danno risarcibile, che ricorra il fatto illecito, ai sensi dell’art. 2043 cod. civ., e quindi il dolo o la colpa dell’autore della violazione. — Cass. 7-3-91, n. 2426

 

Qualora la denominazione od il marchio dell’impresa altrui vengano usati per contraddistinguere prodotti di un settore merceologico radicalmente diverso da quello in cui operi tale impresa, e nemmeno riconducibile nell’ambito di prevedibili espansioni future della sua attività (nella specie, trattavasi di bottigliette di bagno-schiuma, con etichette analoghe a quelle di vini «champagne» francesi), resta esclusa la configurabilità non soltanto di atti di concorrenza sleale, ovvero di atti di lesione dei diritti inerenti all’uso della ditta, difettando il presupposto di un rapporto concorrenziale fra due imprenditori, ma anche di atti di contraffazione di marchio, dato che la tutela di questo è accordata contro comportamenti che interferiscano sulla sua funzione distintiva, e, quindi, pur in ipotesi di marchio celebre o di grande notorietà, non può riguardare fatti totalmente estranei, nel senso indicato, all’attività imprenditoriale del suo titolare. — Cass. 21-10-88, n. 5716

 

L’utilizzazione della denominazione sociale altrui come marchio, disciplinata e sanzionata dalla normativa di diritto industriale in materia di segni distintivi, si sottrae all’applicazione tanto dell’art. 7 cod. civ. sulla tutela del nome, stante la prevalenza su tale disposizione generale di detta specifica normativa, quanto dell’art. 10 cod. civ. e degli artt. 96 e segg. della legge 22 aprile 1941, n. 633 sulla tutela dell’immagine, i quali riguardano solamente l’immagine (visiva) della persona fisica. — Cass. 21-10-88, n. 5716

 

L’interesse della persona, fisica o giuridica, a preservare la propria identità personale, nel senso di immagine sociale, cioè di coacervo di valori (intellettuali, politici, religiosi, professionali ecc.) rilevanti nella rappresentazione che di essa viene data nella vita di relazione, nonché, correlativamente, ad insorgere contro comportamenti altrui che menomino tale immagine, pur senza offendere l’onore o la reputazione, ovvero ledere il nome o l’immagine fisica, deve ritenersi qualificabile come posizione di diritto soggettivo, alla stregua dei principi fissati dall’art. 2 della Costituzione in tema di difesa della personalità nella complessità ed unitarietà di tutte le sue componenti, ed inoltre tutelabile in applicazione analogica della disciplina dettata dall’art. 7 cod. civ. con riguardo al diritto al nome, con la conseguente esperibilità, contro i suddetti comportamenti, di azione inibitoria e di risarcimento del danno, nonché possibilità di ottenere, ai sensi del secondo comma del citato art. 7, la pubblicazione della sentenza che accolga la domanda, ovvero, se si tratti di lesione verificatasi a mezzo della stampa, anche la pubblicazione di una rettifica a norma dell’art. 42 della legge 5 agosto 1981, n. 416 (nella specie, un’intervista concessa dal direttore dell’istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori era stata utilizzata, mediante subdola estrapolazione di alcune frasi dal complessivo contesto, per avvalorare una campagna promozionale della vendita di sigarette «leggere», come se quel direttore, anziché contrario ad ogni uso di tabacco, si fosse manifestato in senso favorevole al consumo di dette sigarette. La S.C., risultando accertato dal giudice del merito che siffatta utilizzazione dell’intervista distorceva l’immagine sociale dell’istituto e del suo direttore, in relazione alla loro costante opera di prevenzione dei tumori e di campagna contro il fumo, ha ritenuto correttamente accordata dal predetto giudice la tutela contemplata dall’art. 7 cod. civ., enunciando il principio di cui sopra). — Cass. 22-6-85, n. 3769

 

Perché si faccia luogo alla tutela prevista dall’art. 7 cod. civ. non è necessario che il nome altrui venga usurpato nella sua interezza, con la conseguenza che anche l’uso indebito di solo una parte del cognome può costituire elemento sufficiente per ottenere — nel concorso degli altri requisiti — l’inibitoria, quando la parte del cognome usurpata, per la risonanza storica che ha acquistato, sia dotata di particolare forma individualizzante uno specifico casato o quando, più in generale, esiste una condizione di confondibilità con riferimento all’ambiente, al luogo, alla attività o ad altre circostanze in cui venga fatto uso del nome alterato. L’accertamento compiuto in proposito dal giudice del merito circa la funzione individualizzante della parte del cognome usurpata è incensurabile in sede di legittimità, ove sia congruamente e correttamente motivato. — Cass. 22-10-84, n. 5343

 

La tutela del diritto al nome, secondo la disciplina dettata dall’art. 7 cod. civ. con riguardo alla persona fisica, ed applicabile analogicamente anche in favore della persona giuridica, privata o pubblica, in relazione all’uguale interesse della medesima ad evitare confusione con altri soggetti, si traduce nella facoltà di chiedere la cessazione di fatti di usurpazione in senso stretto, cioè di indebita assunzione in proprio del nome altrui, ovvero di fatti che implichino comunque un abusivo impiego del nome stesso quale segno distintivo, sempreché si deduca e dimostri la possibilità di un pregiudizio economico o morale, e non anche, quindi, di fatti di utilizzazione senza finalità distintive della personalità, come tali inidonei a ledere il predetto interesse. Pertanto, qualora la frazione di un comune venga eretta in un nuovo autonomo comune con diversa denominazione, il comportamento di una società privata, con sede in quest’ultimo, che continui ad usare la denominazione del primo comune non per individuare se stessa od i suoi prodotti, ma solo per indicare la propria ubicazione, omettendo di aggiornare il relativo indirizzo, esula dalla previsione della citata norma e non è denunciabile con l’azione in essa contemplata. — Cass. 26-2-81, n. 1185

 

La sentenza definitiva, che accerti il diritto di una persona al nome (nella specie, con il riconoscimento all’aggiunta di un secondo cognome derivante da predicato nobiliare), spiega efficacia erga omnes nel senso che legittima quel soggetto all’uso indifferenziato del nome medesimo e non soltanto nei confronti delle controparti in causa, ma non incide in pregiudizio di terzi rimasti estranei al processo, e che vantino diritti sullo stesso nome, ai quali deve ritenersi consentito di proporre opposizione avverso la sentenza stessa, a norma dell’art. 404 cod. proc. civ. — Cass. 27-7-78, n. 3779

 

La tutela concessa dall’art. 7 cod. civ., al titolare del diritto al nome che possa risentire pregiudizio dell’uso che altri indebitamente ne faccia, spetta anche nei confronti di coloro che, pur avendo allo stesso nome un diritto eguale a quello del soggetto che lamenta l’abuso, facciano uso indebito del nome attribuendo ad altra persona cui esso non spetti (nella specie — rispetto ad un’azione sperimentata dalla moglie del convenuto a tutela del nome spettante ai soli figli legittimi nati dal matrimonio — è stata ritenuta la legittimazione passiva, intesa come condizione astratta dell’azione e valutata sulla base delle deduzioni dell’attrice, del convenuto medesimo, il quale, secondo le affermazioni dell’attrice, aveva nella denunzia di due minori nate dalla sua unione con altra donna, attribuito alla stessa il suo nome, violando così il diritto a tale nome, che competeva soltanto ai figli nati dal matrimonio legittimo). — Cass. 28-2-72, n. 585

 

Nel nostro sistema, il diritto al nome non è garantito con una disposizione di carattere generale, che ne consenta la difesa in ogni caso in cui il titolare ne avverta comunque la lesione. Tale tutela è prevista soltanto quando il diritto all’uso del nome viene contestato oppure quando il nome viene usato indebitamente da altri con pregiudizio del suo titolare. — Cass. 13-7-71, n. 2242

 

Anche una modifica grafica può assurgere al significato di contestazione del diritto al nome, sempre che tale contestazione sia chiaramente animata dal proposito di negare la legittimità dell’uso che altri faccia del nome che adotta. — Cass. 13-7-71, n. 2242

 

Ai fini della tutela del nome è sufficiente la possibilità di pregiudizio (possa risentire pregiudizio), mentre il pregiudizio effettivo è solo il presupposto dell’azione dei danni. Cosicché la tutela del nome, essendo diretta ad impedire eventuali pregiudizi alla personalità attraverso l’uso indebito del nome, ha carattere preventivo e solo eventualmente repressivo, attraverso il risarcimento dei danni. — Cass. 15-3-69, n. 829

 

Legittimato passivo all’azione che il titolare del nome propone a norma dell’art. 7 cod. civ., quando il suo nome sia stato attribuito indebitamente e con suo pregiudizio al personaggio di un’opera cinematografica, non è colui che abbia materialmente attribuito il nome al personaggio, cioè il regista, il soggettista e lo sceneggiatore, ma il produttore del film che ne ha la disponibilità economica esclusiva; pertanto, quale che sia il rapporto interno ed il vincolo tra produttore e coloro che hanno collaborato alla realizzazione del film, il terzo che lamenta la lesione del diritto al nome bene agisce contro il solo produttore. — Cass. 14-10-63, n. 2748

 

La tutela del diritto al nome, sancita nell’art. 7 cod. civ., si estende anche all’ipotesi in cui l’uso del nome altrui non si traduce in una mera assunzione in proprio del nome altrui, ma in un altro qualsiasi impiego di esso. La protezione giuridica del nome non viene meno, pertanto, di fronte all’opera teatrale, cinematografica o letteraria, allorquando questa attribuisca il nome di una persona fisica ad un personaggio di fantasia, sempre che ricorra il requisito dell’uso indebito e del pregiudizio, nel quale è compreso anche quello soltanto morale, cioe la lesione al decoro od alla reputazione che il nome compendia ed esprime. — Cass. 14-10-63, n. 2748

 

Sussiste il pregiudizio del titolare del diritto al nome nell’ipotesi che il nome stesso sia attribuito al personaggio di un’opera cinematografica, anche se la persona reale abbia vita, sentimenti e reputazione decisamente differenti da quelli dell’immaginario e spregevole personaggio dell’opera cinematografica, poiche l’accostamento delle due persone che l’omonimia naturalmente provoca nello spettatore medio è sufficiente a porre in essere il pregiudizio stesso. Tale pregiudizio può essere, peraltro, escluso se si tratti di nome a larga diffusione ovvero di persona del tutto sconosciuta nell’ambiente in cui il nome sia indebitamente usato. — Cass. 14-10-63, n. 2748