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Sentenza 14324/2019

 

 

Superamento sopravvenuto del tasso soglia

Nei contratti di mutuo, allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura, come determinata in base alle disposizioni della legge n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula, né la pretesa del mutuante, di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato, può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di detta soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 24 maggio 2019, n. 14324

Articolo 1815 c.c. annotato con la giurisprudenza

 

 

 

FATTI DI CAUSA

Con sentenza del 7 novembre 2011 la Corte d'Appello di Napoli, in parziale accoglimento dell'appello proposto dalla debitrice Cave Parete s.r.l. e dai fideiussori Nappi Natale, Nappi Adriana e Cardane Valda nei confronti del Banco di Napoli, ha revocato il decreto ingiuntivo opposto, emesso su istanza della banca, con cui era stato intimato il pagamento dello scoperto del conto corrente acceso dalla predetta società, condannando gli appellanti al pagamento in favore dell'istituto di credito della minor somma di € 25.129,80 oltre accessori. La Corte territoriale ha evidenziato che gli appellanti, che in primo grado si erano limitati a lamentare l'insufficienza della prova scritta del credito della banca, soltanto nei motivi di gravame avevano sollevato le censure relative al contenuto delle pattuizioni contrattuali (indeterminatezza del richiamo "usi piazza" per il tasso degli interessi passivi, usurarietà per superamento del tasso soglia per gli stessi, illegittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, ritardo negli accreditamenti etc) così incorrendo nel divieto dello ius novorum. Ne conseguiva che tali eccezioni si appalesavano inammissibili, salvo quella attinente alla capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, che era rilevabile d'ufficio anche in sede impugnatoria, restando esclusa la medesima possibilità con riferimento alla CMS ed alla misura del tasso di interessi, atteso che i vizi, anche se sussistenti, avrebbero determinato l'inefficacia ex nunc della clausola, come tale non sottratta alla disponibilità della parte. Avverso la sentenza della Corte d'Appello ha proposto ricorso per cassazione la Cave Parete spa ed i fideiussori. I ricorrenti hanno altresì depositato memoria ex art. 380 bis e 378 c.p.c. con istanza di audizione.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo i ricorrenti lamentano la violazione dell'art. 360 comma l o n. 3 c.p.c. in relazione agli articoli 99,101,112, 163, 342 e 345 c.p.c.

Espongono, in particolare, i ricorrenti che le censure svolte in appello erano state già dedotte nelle note d'udienza del 28.4.1998 e quindi nei termini stabiliti dagli artt. 183 e 184 c.p.c. per la determinazione del thema decidendum e probandum e comunque, come in primo grado, vi era stata un'accettazione del contraddittorio da parte della banca.

I ricorrenti evidenziano che la sopra illustrata censura rileva anche ai sensi dell'art. 360 n. 5 c.p.c. per omessa o contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia in relazione all'insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate per il rilievo officioso della nullità afferente la capitalizzazione trimestrale rispetto a quanto osservato in relazione alla CMS ed al tasso di interessi, secondo il rinvio agli usi piazza.

2. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione dell'art. 360 n.3 cod. proc. civ. in relazione agli artt. 1421, 1418, 1419, 1284, 1325 e 1346 cod. civ.. per non avere la sentenza impugnata rilevato d'ufficio la nullità parziale del contratto di apertura di credito in conto corrente richiamante, per la determinazione dei tassi passivi e CMS, gli usi piazza, costituendo la validità del contratto antecedente logico- giuridico della sua esecuzione.

3. I primi due motivi, da esaminare congiuntamente, data la stretta connessione delle questione trattate, non sono fondati e vanno rigettati.

Va preliminarmente osservato che nelle note difensive del 28/4/1998 - il cui contenuto è stato adeguatamente riportato nel ricorso per cassazione in ossequio al principio di autosufficienza e specificità del ricorso - gli odierni ricorrenti avevano effettivamente sottoposto all'esame dell'organo giudicante plurimi profili di nullità delle pattuizioni contrattuali intervenute con la banca, attinenti alla determinazione del tasso di interesse passivo con il rinvio agli "usi piazza" , alla mancata specifica sottoscrizione della clausola che abilitava la banca alla variazione in senso sfavorevole dell'interesse debitore, all'addebito della commissione di massimo scoperto a sua volta determinata con rinvio all'uso piazza, oltre alla capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi (profilo quest'ultimo che è stato oggetto dell'esame della Corte d'Appello).

I ricorrenti avevano, altresì, dedotto il ritardo della banca negli accreditamenti degli importi, formulando la richiesta di condanna del Banco Napoli alla restituzione delle somme indebitamente percepite.

Non vi è dubbio che la società debitrice e i fideiussori, attraverso tali domande ed eccezioni, avessero notevolmente immutato l'oggetto della pretesa introducendo un tema di indagine e, quindi, di decisione, completamente nuovo perché fondato su presupposti totalmente diversi da quelli prospettati nell'atto introduttivo del giudizio e tali da disorientare la difesa predisposta dalla controparte, tale da integrare una mutatio libelli (Cass. 28 gennaio 2015 n. 1585). Nell'atto di opposizione a decreto ingiuntivo, infatti, come ricostruito dalla Corte territoriale, gli odierni ricorrenti si erano limitati a dedurre la nullità della notifica del decreto ingiuntivo, la mancanza di prova scritta del credito ed errori di calcolo nella quantificazione del debito.

Né può ritenersi, per quanto sopra illustrato, che i debitori si fossero limitati ad un mera modifica e precisazione delle domande ed eccezioni già formulate, come loro consentito dal testo allora vigente dell'art. 183 cod. proc. civ..

Si pone quindi una seria questione di ammissibilità delle domande sollevate dagli allora opponenti nelle note difensive del 2/5/ 1998. Va, in primo luogo, osservato che le domande ed eccezioni in oggetto non possono senz'altro ritenersi tout court ammissibili, come invocano i ricorrenti, sul rilievo che la banca avesse accettato il contraddittorio per essersi difesa sul punto.

In proposito, questa Corte ha più volte affermato che l'accettazione esplicita o implicita del contraddittorio come strumento di sanatoria delle decadenze in cui erano incorse le parti nello svolgimento della loro attività processuale si applica soltanto ai procedimenti pendenti alla data del 30 aprile 1995, per i quali trovano applicazione le disposizioni degli artt.183, 184 e 345 c.p.c. nel testo vigente anteriormente alla "novella" di cui alla legge n.353 del 1990, come statuito dall'art.9 D.L. n.432 del 1995, conv. nella legge n.534 del 1995 (Sez. U, Sentenza n.4712 del 22/05/1996, Rv. 497728; conf. Cass. Sez. 1, n.3813 del 02/05/1997, Rv. 504037; Sez. 3, n.2805 del 10/03/2000, Rv.534759).

L'odierno giudizio è stato introdotto solo successivamente e precisamente nell'anno 1997.

Ne consegue che la domanda con cui i ricorrenti hanno dedotto il ritardo negli accreditamenti e richiesto la restituzione di quanto indebitamente percepito, in quanto nuova e non mera modifica di conclusioni già formulate, incorre nella sanzione dell'inammissibilità e quindi correttamente la Corte d'Appello di Napoli ha ritenuta la medesima, riproposta nell'atto di appello, come inammissibile, essendo incorsa nel divieto dello ius novorum di cui all'art. 345 cod. proc. civ.

Tale ragionamento non può invece svolgersi con riferimento a tutti i profili di nullità del contratto di conto corrente bancario dedotti dai ricorrenti.

Sul punto, è, infatti, giurisprudenza consolidata di questa Corte che nelle controversie promosse per far valere diritti che presuppongono la validità di un contratto o di una clausola di esso, la nullità può essere sempre rilevata d'ufficio, anche nel giudizio di appello ed in quello di Cassazione (sul punto vedi S.U. n. 26242 del 12/12/2014,Rv. 633509-01) e non è soggetta a vincolo preclusivo. da Ne consegue che la domanda nullità, oltre a poter essere dedotta in primo grado per tutto il corso del processo e sino al momento della precisazione delle conclusioni, può essere introdotta anche per la prima volta in appello, sia in risposta ad un eventuale rilievo effettuato dal giudice a norma dell'art. 101 comma 2° cod. proc. civ., sia anche anticipando tale rilievo, con la conseguenza che tale domanda (o la relativa eccezione) non può mai essere considerata inammissibilmente nuova (sez 1 n. 2910 del 15.02.2016, Rv. 638554-01).

Esaminando, a questo punto, i singoli profili di nullità dedotti dai ricorrenti, con riferimento alle clausole "uso piazza" contenute nel contratto di conto corrente bancario sia per la determinazione degli interessi passivi che della CMS per cui è causa - questione che la Corte d'appello ha affrontato - deve osservarsi che correttamente il giudice di secondo grado ha ritenuto non trovarsi in presenza di una fattispecie di nullità, bensì di inefficacia sopravvenuta.

Infatti, essendo tali clausole state pattuite dalla società ricorrente dall'istituto bancario (secondo la ricostruzione della sentenza impugnata) nel 1989, e quindi antecedentemente all'entrata in vigore sia della L 154/92 che del successivo art. 117 T.U.B., le stesse non possono ritenersi colpite dalla sanzione della nullità (prevista per le clausole pattuite dopo l'entrata in vigore dei summenzionati testi normativi), ma sono divenute inefficaci ex nunc.

Deve, allora, condividersi, sul punto, l'impostazione della Corte d'Appello, secondo cui l'inefficacia sopraggiunta di un accordo di durata, estinguendo in tutto o in parte i diritti con esso costituiti, avrebbe dovuto essere oggetto di eccezione della parte interessata (vedi sez. 1 n. 4092/2005) che, nel caso di specie, è intervenuta solo tardivamente.

4. Con il terzo motivo è stata dedotta violazione di legge ex art. 360 n. 3 c.p.c. con riferimento agli artt. 1815,1284, 1339, 1421 e 1419 , art. 1 e ss L. 108/96, art. 4 e 5 L. 154/92, 117 e 119 TUB.

Si evidenzia l'usurarietà degli interessi corrispettivi e moratori applicati dalla banca in misura superiore al tasso soglia, e che vanno pertanto sostituiti automaticamente ex art. 1419 comma 2° e 1319 cod. civ.

Si invoca, altresì, la nullità della clausola con cui la banca ha modificato unilateralmente tassi e condizioni contrattuali in senso sfavorevole al cliente, in quanto non stipulata in forma scritta e non comunicata alla correntista.

5. Il motivo è infondato.

Va osservato che, recentemente, il Supremo Collegio di questa Corte, nella sentenza n. 24675/2017, ha statuito che per qualificare un tasso di interesse come usurario non si può prescindere dall'applicazione dell'art. 644 c.p., che, così come la legge di interpretazione autentica n. 24/2001, impone, a tal fine, di considerare il momento in cui gli interessi sono convenuti, indipendentemente dal loro pagamento.

Ne consegue che, ove il tasso convenzionale fosse stato inferiore al tasso soglia dell'usura al momento della pattuizione, il superamento di tale soglia al momento del pagamento non comporta la nullità o l'inefficacia della corrispondente clausola contrattuale, né, peraltro, la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento della soglia dell'usura, illegittima e contraria al dovere di buona fede nell'esecuzione del contratto, salvo che ricorrano particolari modalità o circostanze che rivelino come scorretta, ai sensi dell'art. 1375 cod. civ., la pretesa del pagamento di interessi in misura superiore al tasso soglia.

Dunque, l'eventuale sopraggiunto superamento del tasso soglia anti usura, verificatosi dopo l'entrata in vigore della L. 180/96, e comunque nel corso del rapporto di credito, non dà luogo alla sopravvenuta nullità o inefficacia della clausola pattuita dalle parti.

Nel caso di specie, i ricorrenti si sono limitati a richiamare quell'orientamento giurisprudenziale che, con riferimento ai rapporti 8 Thp non esauriti al momento dell'entrata in vigore della legge 108/96, aveva considerato gli interessi pattuiti in precedenza, e divenuti solo in un momento successivo superiori al tasso soglia, quali usurari, e come tali da sostituire, ex art. 1319 cod. civ., con gli stessi tassi soglia.

Non sono state prospettate dai ricorrenti particolari circostanze o modalità nella condotta della banca, al di là dell'oggettivo superamento del tasso soglia, tali da rivelare una scorrettezza della banca, a norma dell'art. 1375 cod. civ.. Ne consegue, alla luce del citato recente arresto delle Sezioni Unite, l'infondatezza della censura dei ricorrenti.

Infine, quanto alla dedotta nullità, per carenza della forma scritta, della clausola abilitante la banca alla modifica in senso sfavorevole del tasso degli interessi passivi, tale censura si appalesa inammissibile in quanto finalizzata a sollecitare una rivalutazione del materiale probatorio esaminato dai giudici di merito e ad accreditare una diversa ricostruzione del fatto, avendo la sentenza impugnata, con un accertamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità, evidenziato che risulta essere stato soddisfatto, nel caso di specie, il requisito della pattuizione per iscritto del tasso extralegale posto dall'art. 1284 cod. civ., indicato in contratto come sottoposto ad adeguamenti in itinere richiamati per relationem (pag. 4 sentenza d'appello).

6. Con il quarto motivo è stata dedotta violazione di legge in relazione agli artt. 1421, 1346 e 1283 cod. civ. sul rilievo della invalidità della clausola di determinazione della CMS con rinvio agli usi piazza e della illegittimità della capitalizzazione trimestrale di tale voce passiva. Lamentano, infine, che, nel caso di specie, al CTU non è stato demandato il compito di depurare la CMS e di non capitalizzarla ogni trimestre.

7. Il motivo è infondato.

In ordine alle censure relative alla CMS determinata secondo gli usi piazza, devono svolgersi le medesime considerazioni già illustrate al punto 3, essendosi verificata, a seguito dell'entrata in vigore della legge L. 154/92 e dell'art. 117 T.U.B., l'inefficacia sopravvenuta delle relative, clausole che avrebbe dovuto essere, tuttavia, tempestivamente eccepita dai ricorrenti.

Con riferimento alla doglianze di omessa motivazione in ordine alla capitalizzazione trimestrale delle CMS, va osservato che si tratta di questioni di cui non vi è alcun cenno nella sentenza impugnata, con la conseguenza che i ricorrenti, allo scopo di evitare una statuizione di inammissibilità per novità delle censure, in ossequio al principio di specificità del motivo, avrebbero dovuto non solo allegare l'avvenuta loro deduzione innanzi al giudici di merito ma indicare in quale atto del giudizio lo avessero eventualmente fatto, onde consentire alla Suprema Corte di controllare "ex actis" la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della questione (vedi Sez. 6-1, n. 15430 del 13/06/2018 (Rv. 649332-01).

Nel caso di specie, i ricorrenti non hanno osservato tale formalità. Né può ritenersi che gli stessi abbiano indicato tali questioni come dedotte nelle già citate note difensive del 28/4/1998.

In proposito, i ricorrenti hanno affermato nel ricorso per cassazione di aver precisato nelle summenzionate note che dall'esame del contratto di apertura di credito «emergeva una determinazione dei tassi "con rinvio agli usi piazza", una regolamentazione delle valute e delle CMS "secondo quelle d'uso" ed una capitalizzazione degli interessi trimestrale».

Dunque, per stessa ammissione di parte ricorrente, la capitalizzazione trimestrale era all'evidenza (con relativa sottolineatura) riferita solo agli interessi e non anche alle CMS, in relazione alle quali il profilo di nullità sollevato riguardava solo il riferimento alle condizioni d'uso.

Il rigetto del ricorso non comporta la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali, non essendosi la banca costituita in questo grado del giudizio.

P.Q.M.

rigetta il ricorso. Roma, deciso il 11.1.2018