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Ordinanza 2669/2019

 

 

Assegno bancario – Pagamento a persona diversa dall'effettivo beneficiario

Ai sensi dell'art. 43, 2° comma, legge assegni (r.d. 21 dicembre 1933, n. 1736), la banca negoziatrice chiamata a rispondere del danno derivato - per errore nell'identificazione de/legittimo portatore del titolo - dal pagamento di assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità a persona diversa dall'effettivo beneficiario, è ammessa a provare che l'inadempimento non le è imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza richiesta dall'art. 1176, 2°comma, c.c.

Cassazione Civile, Sezione 1, Ordinanza 30-01-2019, n. 2669

 

 

FATTI DI CAUSA

Viene proposto ricorso, sulla base di cinque motivi, avverso la sentenza dell'Il febbraio 2014 della Corte d'appello di Roma, che ha condannato P.I. s.p.a. al pagamento della somma di € 4.080,00, oltre interessi e maggior danno, in tal senso riformando la decisione impugnata, la quale aveva respinto la domanda proposta da I.A. s.p.a. (ora G.I. s.p.a.), volta alla condanna di P.I. s.p.a. e di U. s.p.a. al pagamento della somma portata da un assegno non trasferibile illegittimamente incassato presso un ufficio postale da soggetto diverso dal beneficiario.

Si difendono con controricorsi le intimate.

La ricorrente ed U. s.p.a. hanno depositato le memorie.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. - I motivi sono così riassunti:

1) violazione e falsa applicazione degli artt. 331 e 342 c.p.c., in quanto U. s.p.a., avverso cui I.A. s.p.a. non ha proposto appello, era invece litisconsorte necessaria in fase di impugnazione;

2) violazione e falsa applicazione degli artt. 1189, 1992, 1218 c.c., 43 I. ass., in quanto la ricorrente, che ha negoziato l'assegno dopo avere scrupolosamente identificato il beneficiario, obiettivamente legittimato alla riscossione perché presentatosi con documenti falsi non riconoscibili come tali, non è responsabile per il pagamento;

3) violazione e falsa applicazione degli artt. 1176, comma 2, c.c. e 43 I. ass., per non avere la corte territoriale ritenuto responsabile U. s.p.a., quale banca trattaria, tenuta alla vigilanza in sede di stanza di compensazione, ove avrebbe potuto rilevare i dati diversi del beneficiario;

4) violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 2043, 2056 c.c., 83 d.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, dd.mm . Ministero delle comunicazioni 9 aprile 2001 e 26 febbraio 2004, per non avere ritenuto in colpa la traente e la trattaria con riguardo alla spedizione dell'assegno in plico non assicurato;

5) violazione e falsa applicazione degli artt. 1224 e 1277 c.c., per avere liquidato anche il maggior danno, non dovuto.

2. - Il primo motivo è inammissibile.

La corte d'appello ha dato espressamente atto della disposta chiamata in causa di U. s.p.a., onde il mezzo omette completamente di tenere conto della motivazione sul punto, insistendo su di un vizio, che, ove esistente, sarebbe stato comunque così superato dal giudice territoriale.

3. - Il secondo motivo è fondato.

Risulta dalla narrativa della decisione impugnata come il Tribunale di Roma avesse accertato essere stato l'assegno non trasferibile pagato correttamente da P.I.s.p.a. al beneficiario effettivo, soggetto legittimato in base al titolo, sebbene in concreto sostituito da un altro individuo, il quale aveva falsificato la propria identità e presentato documenti falsi, nonché la mancanza di qualsiasi alterazione del titolo.

Il motivo, quindi, lamenta la violazione dell'art. 43 l. ass., in quanto la corte territoriale ha reputato sussistere una responsabilità oggettiva della banca negoziatrice, dunque senza possibilità di prova liberatoria: essa ha invero affermato non profili di inadempimento della negoziatrice, ma tout court la sua responsabilità oggettiva.

Orbene, a comporre il contrasto presentatosi fra le sezioni semplici è intervenuta pronuncia delle S.U., la quale ha interpretato - in funzione nomofilattica - l'art. 43, comma 2, l. ass.

Secondo tale norma, «colui che paga un assegno non trasferibile a persona diversa dal prenditore o dal banchiere giratario per l'incasso, risponde del pagamento».

Con riguardo all'interpretazione di tale precetto, le sentenze di questa Corte, pronunciate dalle Sezioni unite del 21 maggio 2018, n. 12477 e n. 12478, hanno enunciato i seguenti principi di diritto:

a) la norma predetta si applica anche all'assegno circolare, all'assegno bancario libero della Banca d'Italia ed all'assegno di traenza (usualmente utilizzato, in luogo del bonifico bancario, per il pagamento di un soggetto che non sia titolare di un conto corrente o di cui non si conoscono le coordinate bancarie) munito della clausola di intrasferibilità;

b) l'espressione «colui che paga» adoperata dall'art. 43, comma 2, l. ass., si riferisce non solo alla banca trattarla (o all'emittente, nel caso di assegno circolare), ma anche alla banca negoziatrice, che è l'unica concretamente in grado di operare controlli sull'autenticità dell'assegno e sull'identità del soggetto che, girandolo per l'incasso, lo immette nel circuito di pagamento;

c) ha natura contrattuale la responsabilità cui si espone il banchiere che abbia negoziato un assegno munito della clausola di non trasferibilità in favore di persona non legittimata;

d) specificamente, «ai sensi dell'art. 43, 2° comma, legge assegni (r.d. 21 dicembre 1933, n. 1736), la banca negoziatrice chiamata a rispondere del danno derivato - per errore nell'identificazione de/legittimo portatore del titolo - dal pagamento di assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità a persona diversa dall'effettivo beneficiario, è ammessa a provare che l'inadempimento non le è imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza richiesta dall'art. 1176, 2°comma, c.c.».

Alla luce di tali dicta, il motivo va accolto, non avendo la sentenza impugnata fatto proprio applicazione dei detti principi, ma applicato la tesi, ormai disattesa dalle Sezioni unite, della pura responsabilità oggettiva ex art. 43 I. ass.

3. - I rimanenti motivi restano assorbiti.

4. - La sentenza impugnata va dunque cassata, in relazione al motivo accolto, con rinvio alla Corte d'appello di Roma, in diversa composizione, perché si attenga al principio esposto nel valutare il materiale acquisito agli atti; alla corte del merito si demanda altresì la liquidazione delle spese di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, inammissibile il primo ed assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d'appello di Roma, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 28 novembre 2018.