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Ordinanza 6344/2019

 

 

Inosservanza da parte della Corte d'Appello del principio stabilito dalla Corte di Cassazione nella sentenza rescindente

La denuncia del mancato rispetto da parte del giudice di rinvio del decisium della sentenza di cassazione concreta denuncia di error in procedendo (art.360, comma primo, n. 4 c.p.c.) per aver operato il giudice stesso in ambito eccedente i confini assegnati dalla legge ai suoi poteri di decisione, per la cui verifica la Corte di cassazione ha tutti i poteri del giudice del fatto, sia in relazione alla ricostruzione dei contenuti della sentenza rescindente, sia in relazione all'atto di riassunzione ed alla pretesa in esso avanzata, la quale, se si configuri come reiterativa della richiesta già ritenuta infondata nella stessa sentenza rescindente, può essere, in una con la cassazione della sentenza rescissoria che l'abbia accolta, rigettata definitivamente nel merito ai sensi dell'art. 384, comma secondo, c.p.c.

Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Ordinanza 05-03-2019, n. 6344

 

 

 

RILEVATO CHE

la Corte d'Appello di Torino, decidendo in sede di rinvio, ha accolto, con sentenza n. 1185/2013, la domanda proposta da M. B. T. contro il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, condannando quest'ultimo alla ricostruzione della carriera della ricorrente, con riconoscimento per intero, al passaggio presso il Ministero per effetto dell'art. 8 L. 124/1999, dell'anzianità di servizio maturata presso l'ente locale di provenienza (Provincia di Cuneo) ed al pagamento delle relative differenze stipendiali;

ricorre il Ministero con un motivo, resistito da controricorso della T.;

CONSIDERATO CHE

con l'unico motivo di ricorso il Ministero denuncia la violazione dell'art. 8 co. 2 L. 124/1999 e dell'art. 1 co. 218 L. 266/2005, sostenendo che la Corte territoriale non avrebbe osservato il principio stabilito dalla Corte di Cassazione nella sentenza rescindente;

il motivo è fondato e va accolto;

con la sentenza rescindente n. 26448/2011, questa Corte ha cassato la prima pronuncia resa dalla Corte d'Appello di Torino tra le parti, con la quale era stata accolta la domanda della lavoratrice;

la Corte di Cassazione stabiliva, sul presupposto che la vicenda fosse disciplinata dall'art. 8 L. 124/1999 come autenticamente interpretato dall'art. 1, co. 218, L. 266/2005, l'infondatezza dell'assunto secondo cui, nel passaggio al Ministero, la ricorrente avesse il diritto alla determinazione della retribuzione nella misura derivante dal riconoscimento, secondo i parametri di calcolo applicati presso lo Stato, dell'intera anzianità maturata presso l'ente locale e che invece si dovesse soltanto valutare, in esito a quanto deciso da Corte di Giustizia 6 settembre 2011, Scattolon, se nel passaggio predetto si fosse determinata un "peggioramento retributivo sostanziale";

la medesima sentenza concludeva quindi che, in esito alla cassazione, fosse compito del giudice del rinvio verificare se, all'atto del trasferimento in questione, si fosse verificato un siffatto peggioramento sostanziale;

è viceversa palese che la Corte d'Appello di Torino, nella pronuncia rescissoria, non si sia attenuta al principio dettato dalla Suprema Corte, replicando in sostanza il riconoscimento, di cui alla pronuncia di appello poi cassata, di un diritto al ricalcolo della retribuzione presso il Ministero, da attuarsi considerando, nella determinazione della posizione stipendiale della stessa all'atto del trasferimento e secondo i parametri in essere presso il Ministero stesso, l'intera anzianità maturata presso l'ente locale di provenienza, in contrasto con l'art. 8, co. 2, L. 124/1999 e con l'art. 1, co. 218 cit., la cui applicazione a regolare l'oggetto del contendere era stata espressamente riconosciuta dalla pronuncia rescindente;

è quindi indubbio che si debba pronunciare la cassazione della sentenza impugnata, non risultando accoglibili neppure le tre eccezioni di inammissibilità sollevate con il controricorso, in quanto:

- non è vero che la contumacia dell'Amministrazione in sede di rinvio le impedisca di sollecitare il controllo, che è di stretta legittimità, rispetto al criterio di calcolo della retribuzione applicato dalla Corte del rinvio ed alla congruenza di esso rispetto al principio posto dalla pronuncia rescindente;

- non è vero che manchi nel ricorso per cassazione una specifica censura alla sentenza impugnata, essendo palese che l'utilizzazione del condizionale («sembrerebbe») nel sottolineare l'inosservanza da parte del giudice del rinvio dei criteri posti dalla pronuncia rescindente non è espressione di perplessità, ma una semplice modalità espositiva della censura così dispiegata;

- non è vero che, criticando la pretesa della ricorrente di ottenere un inquadramento stipendiale più alto, il Ministero abbia introdotto «temi nuovi», trattandosi semplicemente di un inciso difensivo, peraltro coerente con l'esito che sarebbe conseguito ove la pronuncia rescissoria fosse passata in giudicato; va quindi osservato che, secondo un orientamento cui qui si intende dare continuità, coniugandolo rispetto alla peculiarità del caso di specie, «la denuncia del mancato rispetto da parte del giudice di rinvio del decisum della sentenza di cassazione concreta denuncia di error in procedendo (art.360, comma primo, n.4 c.p.c.) per aver operato il giudice stesso in ambito eccedente i confini assegnati dalla legge ai suoi poteri di decisione, per la cui verifica la Corte di cassazione ha tutti i poteri del giudice del fatto in relazione alla ricostruzione dei contenuti della sentenza rescindente, la quale va equiparata al giudicato, partecipando della qualità dei comandi giuridici, con la conseguenza che la sua interpretazione deve essere assimilata, per l'intrinseca natura e per gli effetti che produce, all'interpretazione delle norme giuridiche» (Cass. 6 ottobre 2005, n. 19417; Cass. 30 settembre 2005, n. 19212; Cass. 26 luglio 2005, n. 15647; Cass. 25 marzo 2005, n. 6461; Cass. 1 settembre 2004, n. 17564, ma anche, implicitamente, per quanto riguarda l'esame della sentenza rescindente, Cass.19 febbraio 2018, n. 3955);

si è in particolare precisato che «il giudice di legittimità accerta l'esistenza e la portata del giudicato interno rappresentato dalla sentenza rescindente, con cognizione piena, che si estende al diretto riesame degli atti del processo ed alla diretta valutazione ed interpretazione degli atti processuali, a cominciare dalla sentenza rescindente, mediante indagini ed accertamenti, anche di fatto» (Cass.19212/2005 e Cass. 17564/2004, citt., in motivazione);

nella specie, l'originaria pretesa della ricorrente fu formulata, come precisato anche a pag. 2 del controricorso, chiedendo il ricalcolo della retribuzione dovuta al passaggio presso lo Stato, attraverso il riconoscimento integrale dell'anzianità maturata presso l'ente locale di provenienza;

con la sentenza rescindente, pur osservandosi l'infondatezza di tale impostazione giuridica, si ritenne di non pronunciare il rigetto della domanda ma, in considerazione del novum costituito dalla pronuncia della Corte di Giustizia sull'oggetto del contendere, si consentì la prosecuzione del giudizio al fine di accertare, in forza dell'azione giudiziale dispiegata, se nel passaggio si fosse o meno determinato quel "peggioramento retributivo sostanziale" che l'osservanza della pronuncia eurounitaria avrebbe imposto di ritenere illegittimo;

è quindi indubbio che non solo la Corte del rinvio non avrebbe potuto accogliere la domanda, come ha fatto, riconoscendo le differenze retributive sulla base del criterio di calcolo (intera anzianità) - ritenuto non coerente nella pronuncia rescindente con le norme (art. 8 L. 124/1999 come autenticamente interpretato dall'art. 1, co. 218, L. 266/2005) destinate a disciplinare la controversia - ma altresì che la stessa parte, nel riassumere, non avrebbe certamente potuto chiedere un tale ricalcolo, risultando ormai ineludibile, per effetto della pronuncia rescindente, che l'accertamento potesse riguardare soltanto le eventuali differenze retributive "sostanziali" che emergessero dal raffronto tra la retribuzione goduta immediatamente prima del passaggio e quella riconosciuta all'atto del medesimo passaggio;

sulla base dei principi giurisprudenziali sopra richiamati la Corte di Cassazione ha dunque il potere di porre a raffronto la sentenza rescindente con quella rescissoria, valutando anche, sempre sul piano squisitamente processuale, il tramite costituito dall'atto di riassunzione con cui si è proceduto per dare attuazione nel processo al principio di diritto enunciato al fine di definire il processo tra le parti in lite, con controllo che indubbiamente partecipa ora delle esigenze di speditezza e concludenza insite nel principio di ragionevole durata di cui all'art. 111 Cost., nella misura in cui esso consente in sede di legittimità di definire il giudizio senza ulteriore rinvio, allorquando risulti che la richiesta formulata dalla parte in sede di rinvio e la conseguente sentenza rescissoria si siano poste al di fuori dell'ambito decisionale vincolante quale impostato dalla sentenza rescindente;

da tale raffronto, rispetto al caso di specie emerge che, sancito dalla pronuncia rescindente il principio di diritto per cui l'unica ragione che poteva essere posta a fondamento della pretesa era quella riconnessa a differenze sostanziali eventualmente accertate nel confronto tra le retribuzioni prima e dopo il trasferimento (il che rendeva necessario, ai sensi dell'art. 394, co. 3, ultima parte, c.p.c., l'adeguamento delle relative ragioni), la ricorrente insistette ciononostante, in sede di rinvio, per l'attribuzione delle differenze secondo il criterio, viceversa disatteso dalla pronuncia rescindente, basato sulla trasposizione dell'anzianità maturata presso l'ente locale nel calcolo della retribuzione presso lo Stato, che poi la sentenza rescissoria qui cassata ha effettivamente, ma erroneamente, riconosciuto;

tutto ciò risulta dall'intera ricostruzione contenuta nell'atto di riassunzione e dal riferimento, in quella sede, ad un prospetto che considerava i soli dati dall'anno 2000 in poi, mentre è chiaro che il raffronto avuto presente dalla sentenza rescindente doveva aver luogo con i dati retributivi del 1999, ovverosia dell'anno anteriore al trasferimento, con quelli successivi ad esso;

quindi, in sostanza, a parte l'erroneità della sentenza rescissoria, da cui deriva la cassazione di essa, la ricorrente ha esclusivamente azionato una ragione che le era processualmente precluso prospettare, in quanto in palese contrasto con l'inviolabilità del principio di diritto quale declinato nella pronuncia rescindente e quindi, in ultima analisi, con inosservanza dell'art. 384 c.p.c.;

ne consegue pertanto che, infondata per effetto della pregressa pronuncia rescindente la pretesa come originariamente formulata, non avendo la ricorrente speso l'unico profilo, quello relativo alle differenze retributive sostanziali derivanti dal mero raffronto tra il corrispettivo ricevuto prima e dopo il trasferimento, che le era consentito di perseguire e non potendosi riaprire ulteriormente il giudizio di merito rispetto ad una ragione (quella sul "peggioramento retributivo sostanziale") che non poteva che essere azionata in esito al primo rinvio, non resta qui che pronunciare il complessivo e definitivo rigetto della domanda giudiziale;

la complessità, a questo punto anche processuale, della vicenda, giustifica la compensazione delle spese di causa con riferimento all'intero processo;

è opportuna peraltro, al fine di dare assicurare continuità ad orientamenti di questa Corte, la formulazione espressa del seguente principio di diritto: «la denuncia del mancato rispetto da parte del giudice di rinvio del dedsum della sentenza di cassazione concreta denuncia di error in procedendo (art.360, comma primo, n. 4 c.p.c.) per aver operato il giudice stesso in ambito eccedente i confini assegnati dalla legge ai suoi poteri di decisione, per la cui verifica la Corte di cassazione ha tutti i poteri del giudice del fatto, sia in relazione alla ricostruzione dei contenuti della sentenza rescindente, sia in relazione all'atto di riassunzione ed alla pretesa in esso avanzata, la quale, se si configuri come reiterativa della richiesta già ritenuta infondata nella stessa sentenza rescindente, può essere, in una con la cassazione della sentenza rescissoria che l'abbia accolta, rigettata definitivamente nel merito ai sensi dell'art. 384, comma secondo, c.p.c.»;

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda di M. B. T..

Compensa le spese dell'intero processo.