Corte Suprema di Cassazione sentenza 16620/2013

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Sentenza 16620/2013

 

 

Condizione del contratto.

La norma dell’art. 1359 c.c., secondo cui la condizione del contratto si considera avverata qualora sia mancata per causa imputabile alla parte che aveva interesse contrario al suo avveramento, non è applicabile nel caso in cui la parte tenuta condizionatamente ad una determinata prestazione abbia anch’essa interesse all’avveramento di essa; la condizione può ritenersi apposta nell’interesse di una sola delle parti contraenti soltanto quando vi sia un’espressa clausola contrattuale che disponga in tal senso ovvero allorché - tenuto conto della situazione riscontrabile al momento della conclusione del contratto - vi sia un insieme di elementi che nel loro complesso inducano a ritenere che si tratti di condizione alla quale l’altra parte non abbia alcun interesse; in mancanza, la condizione stessa deve ritenersi apposta nell’interesse di entrambi i contraenti.

La clausola contrattuale che sottoponga il sorgere del diritto al compenso da parte del professionista incaricato del progetto di un’opera all’intervenuto finanziamento dell’opera progettata non limita la responsabilità del committente il progetto, giacché non influisce sulle conseguenze del suo eventuale inadempimento, ma piuttosto delimita il contenuto del mandato conferito, facendo derivare i diritti del mandatario dal progetto finanziato e non dal progetto solo redatto; ne consegue che una clausola siffatta, non incidendo sulle conseguenze dell’inadempimento del predisponente, non può ritenersi vessatoria e non è, pertanto, abbisognevole di specifica approvazione per iscritto.

Principio della irretroattività della legge.

Il principio della irretroattività della legge (art. 11 disp. preliminari c.c.) comporta che la legge nuova non possa essere applicata, oltre ai rapporti giuridici esauritisi prima della sua entrata in vigore, a quelli sorti anteriormente ancora in vita se, in tal modo, si disconoscano gli effetti già verificatisi nel fatto passato o si venga a togliere efficacia, in tutto o in parte, alle conseguenze attuali o future di esso; la legge nuova è, invece applicabile ai fatti, agli status e alle situazioni esistenti o sopravvenute alla data della sua entrata in vigore, ancorché conseguenti ad un fatto passato, quando essi, ai fini della disciplina disposta dalla nuova legge, debbano essere presi in considerazione in se stessi, prescindendosi totalmente dal collegamento con il fatto che li ha generati, in modo che resti escluso che, attraverso tale applicazione, sia modificata la disciplina giuridica del fatto generatore (in applicazione di tale principio la suprema corte ha confermato la decisione impugnata che aveva ritenuto viziata da inefficacia sopravvenuta, per effetto della normativa introdotta dall’art. 22 l.reg. Sicilia 10 gennaio 1993 n. 22, la clausola, presente in due disciplinari di incarico a professionisti precedentemente stipulati, che subordinava il pagamento del corrispettivo all’avvenuto finanziamento dell’opera).

Cassazione Civile, Sezione I, Sentenza 03-07-2013, n. 16620

 

 

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L'ing. V.F. adiva gli arbitri per ottenere dal  Comune  di  Monreale il compenso in relazione agli incarichi di progettazione  e  direzione dei lavori di completamento dell'illuminazione  pubblica  in località (OMISSIS), e per la progettazione, direzione, misura e  contabilità dei lavori dell'impianto dell'illuminazione artistica in  alcune  vie  cittadine, a seguito dell'incarico  affidatogli  con  la  Delib.  G.M. 30 novembre 1988 e del Delib. G.M. 25 ottobre  1989, ed  annessi disciplinari.

Il  Collegio  arbitrale,  con lodo adottato  a  maggioranza  in  data  17/5/2002, rigettata l'eccezione di prescrizione avanzata dal Comune,  riteneva viziata da inefficacia sopravvenuta, per effetto della  L.R.  n.  10  del  1993,  art.  22,  la clausola,  presente  in  ambedue  i  disciplinari,   che   subordinava  il  pagamento  del   corrispettivo  all'avvenuto  finanziamento delle opere, e condannava  il  Comune  al  pagamento  al  V. della somma di Euro 30.105,55, oltre  Iva  ed  interessi  al  tasso ufficiale di sconto, per il primo  progetto,  ed  alla  somma  di  Euro 20.941,45, oltre Iva ed interessi  al  medesimo  tasso,  per  l'incarico  relativo  al  secondo  progetto,  oltre   al  pagamento delle spese del procedimento.

Il lodo veniva impugnato dal Comune, e la Corte d'appello di Palermo,  con sentenza in data 16/2- 23/5/2005, dichiarata la nullità del lodo  arbitrale, giudicando in sede rescissoria, ha respinto le domande del V.,  compensando  tra  le  parti  integralmente  le  spese  del  giudizio arbitrale e del giudizio di impugnazione.

La  Corte  del  merito, esclusa la formazione del  giudicato  interno  sulla  invalidità  della  clausola  subordinante  il  pagamento  del  compenso  al  finanziamento dell'opera, ha ritenuto la violazione  da  parte  degli  Arbitri del principio di cui all'art. 11 preleggi,  per  avere  applicato  ai due contratti del 12/10/88 e  del  25/10/89,  la  normativa   innovativa  di  cui  alla  L.R.  n.  10  del  1993.   Nel  rescissorio,  la  Corte del merito, premesso che l'art.  13  dei  due  disciplinari stabiliva che "le somme per onorario e spese dovute  per  lo  studio  e  la  redazione  del  progetto,  di  cui  alla  presente  convenzione, verranno corrisposte al professionista soltanto dopo che  l'opera verrà finanziata...", ha rilevato che nelle due delibere  si  dava  atto  che  le  opere erano inserite nel piano  triennale  delle  OO.PP.,  "con  fonte di finanziamento regionale ex  L.R.  n.  36  del  1984", l'una, "con mutuo con la Cassa DD.PP.", l'altra.

Ciò posto, la Corte: 1) ha ritenuto la clausola non contraria agli  artt.  2233 e 36 Cost., ben potendo le parti escludere il diritto  al  compenso  del  professionista, o subordinarlo al verificarsi  di  una  condizione,  nè  ipotizzabile  la  violazione  dell'art.  36  Cost.,  applicabile  solo al lavoro subordinato; 2) ha escluso la  natura  di  condizione  meramente  potestativa e  l'inefficacia  per  la  mancata  approvazione  specifica per iscritto, ex art.  1341  c.c.,  comma  2,  ritenendo che la clausola non limitava la responsabilità del Comune,  ma  bensì  il  contenuto del mandato, nè si trattava di  schema  di  contratto  utilizzato per una serie indefinita  di  rapporti,  ed  ha  ritenuto  inapplicabile ratione temporis l'art. 1469 bis,  introdotto  dalla L. n. 52 del 1996.

La   Corte   palermitana   ha  escluso  la  stessa   configurabilità  dell'avveramento  della condizione per fictio iuris,  non  avendo  il  Comune  alla  data  della  stipula interesse  contrario  rispetto  al  professionista;  nel  resto, ha evidenziato che non  risultavano  mai  intervenuti  i  finanziamenti in oggetto, non suscettibili  di  prova  comunque a mezzo della chiesta C.T.U..

Ha infine dichiarato inammissibile la domanda volta al riconoscimento  dell'indennizzo  per  indebito  arricchimento,  essendo  stata  detta  domanda  dichiarata inammissibile dagli Arbitri e non avendo proposto  il  V. impugnazione incidentale sul punto.

Ricorre  avverso detta pronuncia  V.F.,  sulla  base  di  cinque   motivi   (il  paragrafo  sub  6^  non  costituisce   motivo,  trattandosi  di  mera  espositiva  del  quantum  della  pretesa   del  V.).

Si difende il Comune con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1.-  Con  il primo motivo, il ricorrente si duole della motivazione  insufficiente,  in  relazione alla ritenuta  mera  natura  di  obiter  dictum  della  statuizione  degli  Arbitri  sulla  invalidità  della  clausola  in  oggetto per contrarietà alle norme imperative  di  cui  all'art. 2233 c.c. e art. 36 Cost..

1.2.-  Il  motivo  è  infondato,  atteso  che  la  Corte  d'appello,  valutando  specificamente l'eccezione di giudicato interno, sollevata  dal      V.,  secondo  cui il lodo si era  espresso  anche  per  la  nullità  ex tunc della clausola, ha, con argomentazione congruamente  e  logicamente esposta, rilevato che la frase del lodo, pure espressa  tra  parentesi, secondo cui la clausola era in contrasto con principi  di  rango costituzionale, costituiva un mero obiter dictum, come  era  reso  evidente dalla riconosciuta efficacia ex nunc, mentre, ove  gli  Arbitri avessero ritenuto la nullità, la pronuncia sarebbe stata  di  invalidità ex tunc. E di contro a detto specifico rilievo, nulla  ha  opposto il ricorrente.

2.1.-  Col secondo motivo, il ricorrente si duole del vizio di  falsa  applicazione dell'art. 11 preleggi, atteso che, come accertato  dagli  Arbitri, all'entrata in vigore della L.R. n. 10 del 1993, il rapporto  di cui è causa non aveva ancora esaurito i suoi effetti, in pendenza  della  condizione sospensiva, che li aveva differiti  ad  un  momento  successivo.

2.2.- Il motivo è infondato.

La  Corte del merito ha correttamente applicato il principio  di  cui  all'art.  11  preleggi, avuto riguardo alla data di  conclusione  dei  contratti, quale dies al quale fare riferimento per la individuazione  della  normativa applicabile; la diversa impostazione del  ricorrente  è  basata sull'erronea prospettazione degli effetti ancora in essere  del  contratto, in quanto sottoposto all'evento futuro ed incerto del  finanziamento.  Ma è agevole rilevare che il fatto generatore  delle  obbligazioni  è  il  contratto, ed alla data  di  conclusione  dello  stesso  occorre avere riguardo per la individuazione della  normativa  applicabile.

Ed infatti, come affermato nelle pronunce 2926/67 delle S.U., 2433/00  e  14073/02, il principio dell'irretroattività della legge  comporta  che  la legge nuova non possa essere applicata, oltre che ai rapporti  giuridici esauriti prima della sua entrata in vigore, a quelli  sorti  anteriormente ed ancora in vita se, in tal modo, si disconoscano  gli  effetti  già  verificatisi del fatto passato o si venga  a  togliere  efficacia, in tutto o in parte, alle conseguenze attuali e future  di  esso;  lo stesso principio comporta, invece, che la legge nuova possa  essere applicata ai fatti, agli status e alle situazioni esistenti  o  sopravvenute  alla  data  della  sua  entrata  in  vigore,  ancorchè  conseguenti  ad  un  fatto  passato,  quando  essi,  ai  fini   della  disciplina  disposta  dalla  nuova legge,  debbano  essere  presi  in  considerazione   in   se   stessi,  prescindendosi   totalmente   dal  collegamento  con  il fatto che li ha generati,  in  modo  che  resti  escluso   che,  attraverso  tale  applicazione,  sia  modificata   la  disciplina giuridica del fatto generatore.

La  nuova legge, pertanto, non può incidere negativamente sul  fatto  generatore  del  diritto  alla  prestazione,  le  cui  condizioni  di  esistenza  restano,  nel  caso in oggetto,  definitivamente  regolate  dalla clausola del disciplinare.

3.1.-  Col  terzo  mezzo,  sub  a),  il  ricorrente  si  duole  della  violazione  e falsa applicazione dell'art. 1418 c.c., comma  1,  art.  1419  c.c.,  per avere la Corte palermitana escluso la  nullità  per  contrasto con le norme imperative ex art. 2233 c.c. e art. 36 Cost..

3.2.- Dette censure sono infondate.

A  riguardo, la più recente giurisprudenza, a seguito della sentenza  delle S.U. 18450/05, si è espressa nel senso che la clausola con cui  in  una convenzione tra un ente pubblico ed un ingegnere, al quale il  primo  abbia  affidato  la  progettazione di  un'opera  pubblica,  il  pagamento  del compenso per la prestazione resa è condizionato  alla  concessione  di un finanziamento per la realizzazione dell'opera,  è  valida  in  quanto  non  si pone in contrasto  con  il  principio  di  inderogabilità dei minimi tariffari ex L. n. 340 del  1976,  nè  la  clausola,  espressione dell'autonomia contrattuale, viene a snaturare  la   causa   della  prestazione,  incidendo  sul  sinallagma   (Cass.  18450/05), nè è pertinente il richiamo all'art. 36 Cost., posto che  il  precetto  della retribuzione proporzionata e sufficiente  non  è  applicabile  al  rapporto  di  lavoro  autonomo,  ma  solo  a  quello  dipendente,  nè  confligge  tale  interpretazione  con  i   precetti  costituzionali,  avendo  la  Corte  Cost.,  nella  sentenza  75/1964,  ritenuto  che  l'applicazione di detti  principi  per  il  lavoratore  autonomo  va considerata nel complesso nei modi e limiti in  cui  sia  accertabile, e non in relazione alle singole prestazioni  in  cui  si  esplica  l'attività del libero professionista (così, tra le ultime,  la pronuncia 30590/2011).

4.1.-  Col  terzo  mezzo,  sub  b),  il  ricorrente  si  duole  della  esclusione da parte del Giudice del merito della violazione dell'art.  1341 c.c., comma 2, sotto il profilo della violazione di legge e  del  vizio di motivazione.

4.2. - Le censure sopra esposte sono infondate.

Come  affermato nella pronuncia 19000/2004, la clausola  contrattuale  che  sottoponga  il  sorgere del diritto al  compenso  da  parte  del  professionista  incaricato del progetto di  un'opera  all'intervenuto  finanziamento dell'opera progettata non limita la responsabilità del  A  committente il progetto, giacchè non influisce sulle  conseguenze  del  suo  eventuale inadempimento, ma piuttosto delimita il contenuto  del  mandato conferito, facendo derivare i diritti del mandatario dal  progetto finanziato e non dal progetto solo redatto; ne consegue  che  una    clausola    siffatta,   non   incidendo   sulle    conseguenze  dell'inadempimento del predisponente, non può ritenersi vessatoria e  non richiede, pertanto, la specifica approvazione per iscritto.

La  Corte  del merito ha pertanto reso applicazione del principio  in  oggetto; quanto alla censura relativa alla violazione dell'art.  1469  bis   c.c.,  di  contro  al  rilievo  della  Corte  d'appello,  della  inapplicabilità della norma ratione temporis, il ricorrente  non  ha  opposto  alcuna censura, limitandosi a ripetere la sussistenza  della  violazione di detta norma, senza alcuna specifica argomentazione.

5.1.-  Con  il  quinto  motivo, il ricorrente fa  valere  i  vizi  di  violazione  e falsa applicazione di legge e di contraddittorietà  di  motivazione,   in  relazione  alla  reiezione  della   prospettazione  dell'avveramento della condizione per fictio iuris.

5.2.- Il motivo, in tutte le sue prospettazioni, è infondato.

Va  a  riguardo  rilevato che la Corte del merito  ha  reso  corretta  applicazione  dell'art. 1359 c.c., come inteso dalla  giurisprudenza,  argomentando   congruamente  che,  con  riferimento  alla   data   di  conclusione del contratto, il Comune non aveva interesse contrario  a  quello dell'ingegnere, ma bensì concorrente, dato che, ottenendo  il  finanziamento,  il Comune avrebbe potuto realizzare  convenientemente  gli impianti di illuminazione delle strade cittadine e della frazione  di (OMISSIS).

Ed  infatti,  come affermato nelle pronunce 6423/03  e  23824/04,  la  norma dell'art. 1359 c.c., secondo cui la condizione del contratto si  considera  avverata  qualora sia mancata per  causa  imputabile  alla  parte  che  aveva  interesse contrario al  suo  avveramento,  non  è  applicabile nel caso in cui la parte tenuta condizionatamente ad  una  determinata prestazione abbia anch'essa interesse all'avveramento  di  essa; la condizione può ritenersi apposta nell'interesse di una sola  delle  parti  contraenti soltanto quando vi sia un'espressa  clausola  contrattuale  che  disponga in tal senso ovvero  allorchè  -  tenuto  conto della situazione riscontrabile al momento della conclusione del  contratto  -  vi  sia un insieme di elementi che nel  loro  complesso  inducano  a  ritenere che si tratti di condizione alla quale  l'altra  parte  non  abbia alcun interesse; in mancanza, la condizione  stessa  deve  ritenersi apposta nell'interesse di entrambi i contraenti.  Nel  resto,   le   deduzioni  del  ricorrente  sono   intese   del   tutto  genericamente  a  prospettare il comportamento del  Comune,  che  non  avrebbe  confermato  negli anni la richiesta di finanziamento,  ed  a  reiterare  la deduzione di avveramento della condizione,  per  essere  state  realizzate  le opere: su detti profili si  è  pronunciata  la  Corte  del  merito,  rilevando  che la prova  del  conseguimento  del  finanziamento non sarebbe stata ottenibile a mezzo della C.T.U.,  che  avrebbe, al più, potuto documentare l'utilizzazione dei progetti, ma  non i finanziamenti dedotti in condizione, e su tali rilievi la parte  non  ha  svolto  censure, limitandosi a ribadire il  proprio  opposto  convincimento.

6.1.- Il ricorso va pertanto respinto.

Le  spese  del  giudizio, liquidate come in dispositivo,  seguono  la  soccombenza.

P.Q.M.

La  Corte  rigetta  il ricorso; condanna il ricorrente  al  pagamento  delle  spese  di lite, liquidate per compenso in Euro 5000,00,  oltre  Euro 200,00 per esborsi; oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 28 maggio 2013.

Depositato in Cancelleria il 3 luglio 2013