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Ordinanza 31957/2018
 

 

 


Responsabilità per i danni causati dagli animali randagi

La responsabilità per i danni causati dagli animali randagi è disciplinata dalle regole generali di cui all'art. 2043 c.c., e non da quelle stabilite dall'art. 2052 c.c., sicché presuppone l'allegazione e la prova, da parte del danneggiato, di una concreta condotta colposa ascrivibile all'ente e della riconducibilità dell'evento dannoso, in base ai principi sulla causalità omissiva, al mancato adempimento di una condotta obbligatoria in concreto esigibile, mentre non può essere affermata in virtù della sola individuazione dell'ente al quale è affidato il compito di controllo e gestione del fenomeno del randagismo, ovvero quello di provvedere alla cattura ed alla custodia degli animali randagi. (In applicazione del principio, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva ritenuto responsabile il Comune convenuto per il danno subito dall'attore a causa dell'impatto tra la propria auto e un cane randagio verificatosi "assai fuori" dal centro abitato, senza accertare se, oltre che prevedibile, l'evento fosse evitabile mediante uno sforzo ragionevole).

Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Ordinanza 11 dicembre 2018, n. 31957   (CED Cassazione 2018)

Articolo 2043 c.c. annotato con la giurisprudenza

Articolo 2052 c.c. annotato con la giurisprudenza

 

 

 

 

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con un unico motivo, ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l'Amministrazione ricorrente lamenta la violazione e/o falsa applicazione degli articoli 2051 e 2043 c.c., nonchè della Legge Regionale Sicilia n. 15 del 2000, articoli 11 e 14.

1.1. Il Comune deduce che:

- sulla scorta del combinato disposto della Legge Regionale Sicilia n. 15 del 2000, articoli 11 e 14, sui Comuni e sulle Province è posto l'obbligo non di reprimere il randagismo, come affermato nella sentenza impugnata, ma di tutelare gli animali randagi e di prevenire il randagismo, attraverso l'istituzione dell'anagrafe canina;

- non vi è un obbligo che imponga al Comune la repressione del randagismo nè il conseguente controllo capillare dell'intero territorio comunale;

- la norma applicabile alla fattispecie concreta, l'articolo 2043 c.c., imponeva al danneggiato l'onere di provare la colpa del comune asseritamente danneggiante;

- il Comune aveva provato di aver assolto gli obblighi imposti dalla legislazione regionale in materia di randagismo;

- il comportamento tenuto dal Comune non era stato contra ius.

2. Il motivo è fondato.

2.1. La giurisprudenza di questa Corte in fattispecie analoghe ha preteso che il danneggiante si facesse carico dell'onere di individuare non in astratto, bensì in concreto, il comportamento colposo ascritto all'amministrazione comunale. Non basta, infatti, che la normativa regionale individui nel Comune il soggetto (o meglio: uno dei soggetti) avente(i) il compito di controllo e di gestione del fenomeno del randagismo e neanche quello più specifico di provvedere alla cattura ed alla custodia degli animali randagi (tra le più recenti cfr. Cass. 28/06/2018, n. 17060; Cass. 14/05/2018, n. 11591; Cass. 31/07/2017, n. 18954), occorrendo che chi si assume danneggiato, in base alle regole generali, alleghi e dimostri il contenuto della condotta obbligatoria esigibile dall'ente e la riconducibilità dell'evento dannoso al mancato adempimento di tale condotta obbligatoria, in base ai principi sulla causalità omissiva.

2.2. L'applicazione dell'articolo 2043 c.c., in luogo di quella di cui all'articolo 2052 c.c., quest'ultimo ritenuto invocabile nelle ipotesi in cui ricorre non tanto la proprietà (tant'è che in essa incorre anche il semplice utente) quanto il potere/dovere di custodia, ossia la concreta possibilità di vigilanza e controllo del comportamento degli animali (Cass. 25/11/2005, n. 24895), impone, infatti, che la responsabilità dell'ente si affermi solo previa individuazione del concreto comportamento colposo ad esso ascrivibile e cioè che gli siano imputabili condotte, a seconda dei casi, genericamente o specificamente colpose che abbiano reso possibile il verificarsi dell'evento dannoso.

2.3. Entro questo perimetro va verificato il tipo di comportamento esigibile volta per volta e in concreto dall'ente preposto dalla legge al controllo e alla gestione del fenomeno del randagismo, sì da dedurne la eventuale responsabilità sulla base dello scarto tra la condotta concreta e la condotta esigibile, quest'ultima individuata secondo i criteri della prevedibilità e della evitabilità e della mancata adozione di tutte le precauzioni idonee a mantenere entro l'alea normale il rischio connaturato al fenomeno del randagismo.

2.4. Premessa la prevedibilità dell'attraversamento della strada da parte di un animale randagio, essendo esso un evento puramente naturale, la esistenza di un obbligo in capo all'ente comunale di impedirne il verificarsi avrebbe dovuto essere valutata secondo criteri di ragionevole esigibilità, tenendo conto che per imputare a titolo di colpa un evento dannoso non basta che esso sia prevedibile, ma occorre anche che esso sia evitabile in quel determinato momento ed in quella particolare situazione con uno sforzo proporzionato alle capacità dell'agente. Ebbene, pur considerando che nel caso di specie veniva chiesto alla P.A. di esercitare un controllo sugli animali randagi e, quindi, pur potendosi in astratto imputare alla stessa una colpa per l'evento dannoso occorso, quel che il giudice di merito non ha accertato - e dovrà accertare in sede di rinvio - è se, tenuto conto di tutte le circostanze del caso concreto, come allegate e provate dall'attore in responsabilità, esso fosse anche evitabile con uno sforzo ragionevole, essendo incontestato che l'impatto tra l'auto della vittima ed il cane avvenne assai fuori dal centro abitato.

2.5. Non basta, invero, che un evento sia prevedibile per imputarne il verificarsi a titolo di colpa a chi, come nel caso di specie, ha un obbligo di controllo, occorrendo anche che esso sia evitabile, in considerazione delle circostanze soggettive e oggettive del caso concreto. Ne deriva che è onere di colui che agisca facendo valere la responsabilità omissiva altrui quello di dimostrare o almeno di allegare la ricorrenza di una colpa non solo specifica - violazione del precetto - ma anche generica, in quanto postulante l'indagine circa le modalità concrete della condotta attraverso i criteri di prevedibilità ed evitabilità. Non a caso, in concreto, questa Corte ha ritenuto che per affermare la responsabilità dell'ente preposto sia necessaria la prova della esigibilità di uno specifico comportamento attivo idoneo, ove opportunamente adottato, ad evitare l'evento. Si è detto, esemplificando che il danneggiato avrebbe dovuto provare che era stata segnalata al comune la presenza abituale di animali randagi nel luogo dell'incidente, lontano dalle vie cittadine, ma rientrante nel territorio di competenza dell'ente preposto, ovvero che vi fossero state nella zona richieste d'intervento dei servizi di cattura e di ricovero, demandati alla ASL e al Comune, rimaste inevase.

2.5. E tanto nell'ottica che, se bastasse, per invocarne la responsabilità, l'individuazione dell'ente preposto alla cattura dei randagi ed alta custodia degli stessi, la fattispecie cesserebbe di essere regolata dall'articolo 2043 c.c., e finirebbe per essere del tutto disancorata dalla colpa, rendendo la responsabilità dell'ente una responsabilità sottoposta a principi analoghi se non addirittura più rigorosi di quelli previsti per le ipotesi di responsabilità oggettiva da custodia di cui agli articoli 2051, 2052 e 2053 c.c..

3. Ne consegue l'accoglimento del ricorso.

4. La sentenza viene cassata con rinvio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e rinvia la controversia al Tribunale di Siracusa in persona di altro giudice, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.