Corte Suprema di Cassazione sentenza 12589/2019

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Sentenza 12589/2019
 

 


Espropriazione per pubblico interesse - Emanazione di decreto di asservimento - Effetti sulle domande di risarcimento del danno in forma specifica

L'emanazione di un decreto di asservimento di un'area in proprietà privata, sulla quale sia in corso una occupazione illegittima da parte della P.A., determina l'improcedibilità della domanda di risarcimento in forma specifica proposta dal privato al fine di ottenere la rimozione delle opere eseguite, salva l'avvenuta formazione del giudicato sul diritto alla restituzione del bene, ma non anche della domanda risarcitoria dal medesimo avanzata in relazione all'occupazione del fondo dall'origine sino all'emanazione del detto decreto, atteso l'effetto conformativo prodotto "ex nunc" sulla situazione giuridica soggettiva incisa da tale provvedimento ablatorio.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza 10 maggio 2019, n. 12589   (CED Cassazione 2019)

Articolo 2058 c.c. annotato con la giurisprudenza

 

 

 

FATTI DI CAUSA

1. Giovanna Sindoni ha adìto il Tribunale di Messina deducendo di essere stata informata che nel luglio del 2007 la s.p.a. Snam Gas avrebbe occupato una striscia di un suo fondo sito in Condrò (contrada Crisidonte) per la realizzazione di un gasdottof con conseguente taglio di alberi e costituzione di servitù. Ha precisato di aver constatato la prosecuzione dei lavori nonostante le sue rimostranze e di non aver firmato alcun contratto costitutivo di servitù non essendo a lei riferibile la sottoscrizione apposta su quello in possesso della Snam. La Snam ha opposto, al riguardo, l'esistenza di un contratto preliminare di servitù e rilevava che le opere erano state dichiarate di pubblica utilità con d.p.r. del 27/5/2004, con il quale era stato approvato il progetto di massima, invocando in via subordinata che fosse dichiarata l'acquisizione al patrimonio dell'ente ai sensi dell'art. 43 del d.p.r. n. 327 del 2001. La parte attrice ha dichiarato di volere proporre querela di falso in ordine alle firme apposte al contratto preliminare di costituzione di servitù e, conseguentemente, la Snam dichiarava di non volersi avvalere dei documenti oggetto di querela.

2. Il tribunale ha riconosciuto il diritto dell'attrice al risarcimento in forma specifica mediante la rimozione delle tubature e il risarcimento dei danni patrimoniali. La Snam ha proposto appello rilevando che nelle more sarebbe intervenuto decreto di asservimento del fondo avverso il quale la Sindoni aveva proposto opposizione alla stima. E' stata disposta con ordinanza del 2/12/2014 la sospensione della statuizione di condanna alla rimozione delle tubature.

3. La Corte d'appello ha rigettato l'eccezione, proposta anche in primo grado, di difetto di giurisdizione del giudice adito osservando che, in mancanza dello stato di consistenza del fondo e del verbale d'immissione in possesso, come già rilevato dal giudice di primo grado, è mancata del tutto la prova che la dichiarazione di pubblica utilità ricomprendesse anche l'area appartenente all'appellata. Tale carenza è peraltro confermata dal decreto di asservimento nel quale si afferma che solo nel 2013 è stato avviato il relativo procedimento che, passando per l'individuazione degli immobili e la comunicazione ai proprietari, ha portato alla costituzione della servitù anche per il fondo Sindoni. Prima di questo esercizio di poteri pubblici, tuttavia, l'occupazione del predetto fondo e l'esecuzione dei lavori di installazione delle tubature è stata posta in essere in situazione di carenza di potere amministrativo. Peraltro, anche se il decreto di asservimento divenisse definitivo rimarrebbe impregiudicato il diritto al risarcimento del danno per l'asservimento di fatto in modo illegittimo del fondo, protrattosi fino al 2013, con conseguente affermazione della giurisdizione del giudice ordinario.

4. In relazione ai motivi di merito, la Corte ha rilevato che la presenza della tubazione, contrariamente a ciò che ritiene l'appellante, non è irrilevante per la proprietaria del fondo che è tenuta ad osservare una serie di prescrizioni limitative delle sue facoltà di godimento, prima tra tutte quella di non poter realizzare, sulla striscia asservita, opere di alcun genere. Inoltre, trattandosi di diritti reali assoluti, la tutela degli stessi mediante reintegrazione in forma specifica non è soggetta al limite di cui all'art. 2058, secondo comma, cod. civ., salvo che lo stesso titolare danneggiato non richieda il risarcimento per equivalente. Non può infine essere applicato l'art. 2933, secondo comma cod. civ. perché la norma è riferibile soltanto agli obblighi di non fare ed a beni realmente insostituibili.

5. In conclusione, la Corte ha rigettato l'appello principale con la precisazione che la condanna al risarcimento in forma specifica mantiene allo stato i suoi effetti non essendo ancora stato deciso il ricorso straordinario al Capo dello Stato, proposto avverso il decreto di asservimento e l'opposizione alla stima. La condanna in caso di definitività del decreto verrà meno.

6. Ai fini del ricorso per cassazione non rileva l'esame della decisione della Corte d'Appello relativamente ai motivi di appello incidentale.

7. Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione la s.p.a. Snam. Ha resistito con controricorso e ricorso incidentale Giovanna Sindoni affidato a quattro motivi. Entrambe le parti hanno depositato memorie.

RAGIONI DELLA DECISIONE

8. Nel primo motivo del ricorso principale, articolato in tre profili di censura, viene prospettato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario per non essere stato riconosciuto che l'attività di trasporto e dispacciamento di gas naturale sia attività d'interesse pubblico (ex art. 8 d.lgs n. 164 del 2000); per non Lu'.2i6c aver la Corte considerato che vi era la dichiarazione di pubblica utilità (d.p.r.n. 34 del 2004) riguardante anche il Comune di Condrò nel quale è ubicato il fondo Sindoni; che tale - dichiarazione è stata prorogata per due volte come da determine n. 34 e 191 del 2011 e che infine vi è stato il decreto di asservimento n. 147 del 2013. Ne consegue che la rimessione in pristino cui è stata condannata la Snam interferisce con i provvedimenti amministrativi indicati imponendo un facere vietato. E' irrilevante che non si sia potuto produrre il verbale di consistenza e d'immissione in possesso perché con il primo si fotografa lo stato dei luoghi anteriormente all'occupazione e nel secondo si dà atto della modifica intervenuta nel soggetto detentore, senza alcun rilievo sulla dichiarazione di pubblica utilità.

8.1 Nella censura, rubricato sub B) del primo motivo, viene rilevato che l'adozione del decreto di asservimento, la cui efficacia esecutiva non risulta sospesa per effetto del ricorso straordinario al capo dello Stato (e tanto meno per l'opposizione alla stima, del tutto irrilevante al riguardo) deve ritenersi radicalmente impeditiva della condanna alla rimessione in pristino in quanto sussiste un provvedimento ablativo efficace che ne esclude la legittimità e che ha efficacia comunque sanante della eventuale illegittimità od illiceità dell'attività costruttiva e costitutiva di fatto di una servitù di gasdotto sul fondo dell'attrice. Contrariamente alla statuizione assunta, la Corte avrebbe dovuto dichiarare sospesi gli effetti della condanna alla rimozione in pristino fino alla conclusione del procedimento relativo all'accertamento della validità ed efficacia del decreto di asservimento, con pieno riconoscimento degli effetti propri del predetto atto autoritativo.

9. Nel secondo motivo viene dedotta la violazione degli art.2043 e 2058 cod. civ. per non avere la Corte d'Appello rigettato la domanda relativa al risarcimento del danno in forma specifica, nonostante la sopravvenienza del decreto di asservimento che ha determinato l'esclusione dell'illiceità della posa del metanodotto e al stessa astratta configurabilità di un illecito produttivo di danno risarcibile.

10. Nel terzo motivo viene dedotta la violazione dell'art. 840, secondo comma, cod. civ. nonché degli artt. 2058 e 2933 cod. civ. Le tubazioni, secondo la ricorrente principale, insistono a tale profondità da non poter arrecare danni. Il risarcimento in forma specifica è troppo oneroso e di pregiudizio per l'economia nazionale. Le argomentazioni della Corte d'Appello, per confutare questi assunti non sono condivisibili. In relazione all'esistenza del pregiudizio lo si individua nelle prescrizioni imposte dal decreto di asservimento cui si nega efficacia, così argomentando in modo contraddittorio. La Corte territoriale non ha proceduto ad un equo contemperamento degli interessi, in quanto non ha considerato che quello della Sindoni è del tutto privo di valore economico mentre quello della Snam concerne un rilevante interesse pubblico legittimante la deroga prevista dall'art.2933 cod. civ. della imperatività nella specie del risarcimento per equivalente. E' infine indubbio che il gasdotto sia di rilevante interesse nazionale, come desumibile dalla molteplicità di fonti normative cogenti che ravvisano tale interesse (pag. 16 ricorso).

11. Nel primo motivo di ricorso incidentale viene rilevata, sotto il profilo della violazione dell'art. 360 n. 4 cod. proc. civ., l'avvenuta formazione del giudicato sulla giurisdizione del giudice ordinario. La Corte d'Appello ha omesso di pronunciarsi sull'eccezione d'inammissibilità relativa al difetto di giurisdizione proprio perché era intervenuto il giudicato desunto dall'affermazione espressa della Snam di voler impugnare la pronuncia di primo grado limitatamente al capo che ha condannato la società convenuta al risarcimento in forma specifica mediante restituito in integrum, lamentando (contraddittoriamente) che il giudice avrebbe dovuto dichiarare il proprio difetto di giurisdizione.

12. Nel secondo motivo di ricorso viene dedotta la violazione art. 345 c.p.c. per non aver rilevato la tardività della produzione documentale effettuata in appello, documentazione riguardante il decreto di asservimento ed i decreti di proroga della dichiarazione di pubblica utilità. La Corte d'Appello ha erroneamente applicato la versione dell'art. 345 cod. proc. civ. anteriore alle modifiche introdotte con l'art. 54, comma 1, lettera b) d.l. n. 83 del 2012 convertito con modifiche nella legge n. 134 del 2012, con le quale è stato eliminato il requisito dell'indispensabilità dei documenti tardivamente prodotti.

13. Nel terzo motivo viene dedotta la violazione dell'art. 30 del d.lgs n. 164 del 2000; dell'art. 12, c.1, lettera a) e 22 bis del d.p.r. n. 327 del 2001, nonché la violazione dell'art. 4 della legge abolitrice del contenzioso amministrativo, per avere la sentenza attribuito ai fini del decidere valore di provvedimento al decreto di asservimento ed idoneità astratta ai due decreti di proroga di produrre gli effetti della dichiarazione di pubblica utilità. Tali provvedimenti dovevano essere ritenuti fatti irrilevanti e inidonei ad escludere l'illiceità permanente della fattispecie e della condanna alla restitutio in integrum. Non dovevano assumere alcun rilievo decisorio neanche potenziale sia per la tardività della produzione sia nel merito perché non sorretti da idonea dichiarazione di pubblica utilità.

14. Nel quarto e quinto motivo, da illustrare unitariamente, per stretta connessione logica, viene dedotta la violazione dell'art. 132 cod. proc. civ.; la lacunosità ed inidoneità della motivazione; l'omesso esame di una domanda per avere la Corte d'appello condizionato all'esito del giudizio sulla validità del decreto di asservimento anche la domanda risarcitoria per equivalente.

15. Preliminarmente la Snam afferma che l'intimazione del precetto costituisce acquiescenza e conseguente inammissibilità del ricorso incidentale. L'eccezione è manifestamente infondata, come esattamente rilevato anche dall'Avvocato Generale nella requisitoria svolta all'udienza. L'acquiescenza alla sentenza impugnata, con conseguente sopravvenuta carenza d'interesse della parte all'impugnazione proposta, consiste nell'accettazione della decisione, e quindi nella manifestazione di volontà del soccombente di rinunciare a tale impugnazione, la quale può avvenire in forma espressa o tacita, potendo, tuttavia, in quest'ultimo caso ritenersi sussistente solo qualora l'interessato Ric. abbia posto in essere atti dai quali emerga, in maniera precisa ed univoca, il suo proposito di non contrastare gli effetti giuridici della pronuncia, e cioè quando gli atti stessi siano assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell'impugnazione. (S.U 9687 del 2013; e con riferimento a fattispecie identica d'intimazione di precetto, Cass. 11739 del 2013). L'intimazione del precetto non evidenzia in modo univoco la volontà di non contrastare gli effetti della sentenza ma soltanto di avvalersi di quelli favorevoli.

16. Rilievo preliminare ha anche il primo motivo di ricorso incidentale che ha ad oggetto l'avvenuta formazione del giudicato sulla giurisdizione del giudice ordinario per omessa specificazione dell'eccezione di difetto di giurisdizione, nell'impugnazione proposta dalla s.p.a. Snam. Deve rilevarsi, tuttavia che, dall'esame dell'atto d'appello, consentito in sede di giudizio di legittimità in funzione della qualificazione giuridica del vizio invocato, il difetto di giurisdizione viene espressamente richiamato al fine di contestare la domanda di condanna della Snam alla restitutio in integrum. L'espressione "limitatamente" (al risarcimento in forma specifica n.d.r.) è, pertanto, ininfluente alla luce della chiara esposizione da parte della Snam del difetto di giurisdizione che costituisce pregiudiziale logica ineludibile della ritenuta illegittimità della domanda di risarcimento in forma specifica, incontestatamente prospettabile solo in presenza di una situazione di carenza di potere amministrativo e di conseguente giurisdizione del giudice ordinario.

17. Il primo motivo di ricorso principale è infondato. Il provvedimento posto a base dell'esercizio autoritativo unilaterale di occupazione dell'area di proprietà della Sindoni, è costituito da una dichiarazione di pubblica utilità delle opere da eseguire (ex art. 30, comma 1 d.lgs n. 164 del 2000, ovvero opere necessarie per l'importazione, il trasporto, lo stoccaggio di gas naturale) emesso dall'Autorità regionale competente che tuttavia è del tutto privo d'indicazioni relative alle porzioni immobiliari oggetto dell'occupazione destinate alla collocazione del gasdotto. Il provvedimento amministrativo contiene soltanto l'elencazione dei Comuni interessati tra i quali quello in cui è situato il fondo di proprietà della Sindoni, ma nessun altro elemento identificativo delle singole aree da occupare o quanto meno dell'area di proprietà della Sindoni. Tale circostanza è frutto di un accertamento di fatto della Corte d'Appello che a pag. 6 della sentenza afferma una "assoluta carenza di prova che la dichiarazione di pubblica utilità ricomprendesse anche l'area appartenente alla Sindoni". Tale accertamento non è contestato specificamente dalla Snam che si limita a ritenere efficace ai fini degli effetti conformativi e vincolanti del provvedimento in oggetto, la mera indicazione dei Comuni interessati e delle opere da eseguire. Deve, al contrario, rilevarsi, che la dichiarazione di pubblica utilità, priva di qualsiasi elemento identificativo delle aree oggetto dell'occupazione (delimitazione delle porzioni; descrizione catastale, confine, identificazione correlata dei proprietari) è radicalmente priva di effetti, in relazione all'esercizio del potere autoritativo unilaterale attuato con l'occupazione del fondo Sindoni. Peraltro la proposizione della querela di falso da parte della Sindoni in relazione alla sottoscrizione apposta al contratto di costituzione della servitù ed al verbale d'immissione in possesso e la speculare dichiarazione della s.p.a Snam di non volersi avvalere dei documenti impugnati, porta ad escludere che ai fini dell'identificazione dell'area ed in funzione dell'esercizio del potere ablatorio della p.a. vi sia stata un'integrazione degli elementi mancanti per relationem. In conclusione, fino all'emanazione del decreto di asservimento, la situazione di occupazione dell'area di proprietà di Giovanna Sindoni non poteva che qualificarsi come occupazione usurpativa, (Cass.12961 del 2018) in mancanza del presupposto ineludibile di una dichiarazione di pubblica utilità ad essa specificamente riferibile e non solo alle opere da eseguire e alla indicazione generica dei Comuni coinvolti dal progetto. Si tratta di elementi del tutto inidonei a determinare alcun effetto conformativo ed ablatorio ricadente sulla singola porzione immobiliare in mancanza di altri atti che ne consentano l'individuazione oggettiva ed il riferimento al titolare del diritto di proprietà colpito dal provvedimento ablatorio o più precisamente destinatario del procedimento ablatorio in itinere.

18. Il profilo sub b) del primo motivo della censura ed il secondo motivo del ricorso principale possono essere trattati congiuntamente perché attinenti alla medesima questione controversa. Il decreto di asservimento, secondo la s.p.a. Snam, esclude la legittimità della restitutio in integrum ed è, di conseguenza, errata la statuizione di condanna salvo gli effetti caducatori derivanti dal rigetto del ricorso straordinario al Capo dello Stato.

19. Come esattamente sottolineato dall'Avvocato generale nella requisitoria orale, l'esame di questa censura impone di affrontare preliminamente il primo motiver di ricorso incidentale, nel quale viene contestata l'ammissibilità della produzione del decreto di asservimento in appello ex art. 345 cod. proc. civ. ratione temporis applicabile. La censura è infondata. Nel giudizio di appello, quale che sia il regime processuale delle produzioni documentali, possono essere esaminati i fatti impeditivi, modificativi ed estintivi intervenuti in un momento successivo a quello della loro allegazione nelle pregresse fasi processuali. E' riscontrabile dall'esame degli atti, da ritenersi ammissibile in relazione alla natura giuridica del vizio, che il decreto di asservimento è stato emesso il 9 maggio 2013, sostanzialmente all'esito del giudizio di primo grado che si è concluso con sentenza del 12/12/2013. Tale provvedimento non ha pertanto formato oggetto del thema decidendum, così come introdotto nel giudizio e cristallizzato all'esito dello spirare dei termini per le preclusioni allegative ed istruttorie. Soltanto con il giudizio di appello è stato possibile allegarne l'esistenza e dedurne la qualità di fatto impeditivo, peraltro rilevabile d'ufficio. Al riguardo, deve osservarsi che la ricorrente incidentale non ha contestato l'esistenza del decreto ed il suo contenuto, limitando la censura al profilo processuale della tempestività della produzione documentale. Ne consegue che, come fatto impeditivo, il decreto di asservimento costituisce parte della res iudicanda nel giudizio di appello e l'esame (positivo o negativo) della sua rilevanza deve formare oggetto (così come è avvenuto) della decisione della Corte d'Appello, trattandosi di fatto allegato che è stato contestato quanto agli effetti ablatori sul fondo Sindoni ma non quanto alla sua materialità ed al suo contenuto testuale. Dal rigetto del motivo consegue la conferma della giurisdizione del giudice ordinario.

20. Per quanto riguarda la censura contenuta nella parte sub b) del primo motivo e nel secondo motivo del ricorso principale, deve, in primo luogo, essere esaminata la statuizione della Corte d'Appello relativa all'accoglimento della domanda di risarcimento in forma specifica che "mantiene allo stato i suoi effetti non essendo stati ancora decisi né il ricorso straordinario al Capo dello Stato né l'opposizione alla stima. E' tuttavia evidente che detta condanna verrà meno in caso di definitività di detto decreto(...)". (pag. 9 sentenza impugnata, primo capoverso). Il giudice d'appello esclude, pertanto, l'incidenza immediata e diretta del decreto di asservimento su tale specifica statuizione, condannando la s.p.a. Snam al ripristino dello stato dei luoghi ante occupazione salvo che il rigetto del ricorso al Capo dello Stato non ne determini la "definitività" (più esattamente l'inoppugnabilità). Secondo la Corte d'Appello, l'occupazione usurpativa, dovuta alla accertata mancanza di una valida dichiarazione di pubblica utilità, ha prodotto una situazione di carenza di potere amministrativo che non è stata concretamente scalfita dal decreto di asservimento. Ne consegue che non solo devono essere riconosciute tutte le voci di danno derivanti dall'occupazione fino all'adozione del decreto di asservimento ma deve essere disposta anche la condanna al risarcimento in forma specifica, non essendo tale diritto impedito dal sopravvenuto provvedimento amministrativo, salvo che l'esito del ricorso al Capo dello Stato non ne statuisca in via definitiva la produzione degli effetti ablatori per i quali è stato emanato. La stringata motivazione della sentenza impugnata su tale specifica domanda non rende agevole comprendere il percorso argomentativo seguito. Verosimilmente l'espressione “definitività” deve essere intesa come inoppugnabilità, dal momento che solo con riferimento ai provvedimenti definitivi può ricorrersi a tale tipologia di ricorso ove, peraltro, l'alternatività ed esclusività del rimedio sia accettata dalla controparte. Nulla viene precisato in relazione alla qualificazione giuridica e agli effetti del provvedimento di asservimento, così come previsti in via generale dalla legge. La Corte d'Appello si limita a far discendere dall'impugnazione dello stesso una sua attuale e perdurante inefficacia, salva la condizione risolutiva della reiezione del ricorso straordinario e del conseguente acquisto dell'effetto impropriamente qualificato come "definitività". Nessuna precisazione espressa viene fornita in relazione all'esecutività del decreto ( ma è verosimile che implicitamente sia stata ritenuta insussistente) o alla sopravvenuta sospensione dell'esecutorietà dovuta al ricorso od ad un provvedimento assunto dopo la sua proposizione.

21. Il decreto di asservimento ha natura di provvedimento ablatorio con effetto costitutivo ex nunc della servitù in esso descritta. Ha efficacia esecutiva al pari di ogni altro provvedimento amministrativo autoritativo e, conseguentemente, in virtù dell'effetto conformativo prodotto sulla situazione giuridica soggettiva incisa, impedisce il risarcimento in forma specifica e gli effetti ripristinatori conseguenti all'accoglimento di questa domanda, salvo che non si sia formato il giudicato sul diritto alla restituzione del bene. La giurisprudenza di legittimità ha assunto un orientamento costante con riferimento all'analogo provvedimento ablatorio (la cd. acquisizione sanante) ex art. 42 bis I. n. 327 del 2001 (applicabile anche alla costituzione coattiva di servitù ex Consiglio di Stato sez. IV n. 3807 del 2017) affermando, in conformità con i principi espressi dalla Corte Cost., con sentenza n. 71 del 2015, che, ove sopravvenga tale provvedimento, si determina l'improcedibilità della domanda di restituzione e di risarcimento del danno, che siano ancora sub iudice (Cass. 11258 del 2016, 14311 del 2018 ed in motivazione S.U. 28573 del 2018). Coerentemente con le conclusioni della Procura Generale si deve rilevare che il decreto di asservimento, nella specie, così come si verifica per l'acquisizione sanante (volta, prevalentemente, a ripristinare la legalità nell'azione amministrativa) è intervenuto, ancorché con effetti ex nunc, per porre fine ad una situazione quanto meno incerta (al momento dell'adozione del decreto) in relazione alla titolarità ed al corretto esercizio del potere amministrativo con un provvedimento ablatorio d'imposizione di servitù sul fondo Sindoni. L'esecutività del decreto di asservimento e l'insussistenza di un effetto sospensivo automatico conseguente alla proposizione del ricorso straordinario al Capo dello Stato, portano a ritenere l'erroneità della statuizione della Corte d'Appello, dovendosi applicare, anche per il decreto di asservimento, i principi affermati in tema di provvedimento di acquisizione sanante, sopravvenuto prima del giudicato sul diritto alla restituzione del bene. Poiché il decreto di asservimento è intervenuto prima del giudicato ed è stato opposto come fatto impeditivo proprio al riconoscimento del diritto alla restitutio in integrum non poteva essere accolta tale domanda, neanche sottoponendola alla "condizione risolutiva" indicata dalla Corte d'Appello, trattandosi di domanda improcedibile. Tale sanzione riguarda, tuttavia, soltanto la domanda di risarcimento in forma specifica, diretta alla rimozione delle opere eseguite ma non anche le domande risarcitorie relative all'occupazione del fondo dall'origine all'emanazione del decreto.

22. Ne consegue l'accoglimento del capo b) del primo motivo e del secondo motivo di ricorso principale mentre rimane assorbito il terzo motivo del ricorso principale perché eziologicamente riconducibile alle censure accolte.

23. Sono, infine, da rigettare i già esaminati primo e secondo motivo del ricorso incidentale. Deve essere rigettato il terzo motivo di ricorso incidentale nella parte in cui mira ad escludere la qualificazione giuridica di provvedimento autoritativo e l'efficacia conseguente a tale qualificazione al decreto di asservimento. L'assunto non è condivisibile dal momento che, come fatto impeditivo dedotto nel presente giudizio, esso, come rilevato nell'esame dei precedenti motivi, è produttivo di effetti sulla domanda di restitutio in integrum ed anche sulla durata del comportamento illecito della p.a., salvo l'annullamento non ancora intervenuto per effetto del ricorso al capo dello Stato. Il terzo motivo contiene anche un primo profilo di censura , relativo all'ammissibilità della produzione documentale, sovrapponibile al secondo motivo già esaminato. Il quarto e quinto motivo del ricorso incidentale devono invece ritenersi assorbiti dall'accoglimento dei due motivi del ricorso principale.

24. La sentenza della Corte d'Appello deve essere cassata con rinvio alla Corte d'Appello di Messina in diversa composizione perché provveda anche sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il primo motivo sub capo A. Accoglie il capo B nei sensi di cui in motivazione ed il secondo motivo. Assorbito il terzo. Rigetta il primo, secondo, terzo motivo del ricorso incidentale, assorbiti il quarto e quinto motivo. Cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Messina in diversa composizione anche per le spese processuali del presente giudizio.

Così deciso nella camera di consiglio del 26 febbraio 2019